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How pesticides intensify global warming

Grist - Mon, 01/23/2023 - 03:15

A new study shows that pesticides are a key contributor to climate change, from their manufacturing, transportation, and application, all the way to their degradation and disposal. That’s according to researchers at the Pesticide Action Network North America (PANNA), who say that while pesticides have been critical tools in agricultural production, their efficacy is on the decline while climate change exacerbates the need to use more. 

According to PANNA, the pesticide-climate change connection is a loop: Pesticides add emissions to the atmosphere that accelerate climate change, warming climates stress agricultural systems and increase the number of pests and insects, requiring more pesticides.

Compared to agriculture chemicals like nitrogen fertilizer, with well-known negative environmental impacts, greenhouse gas emissions from pesticides are understudied and underestimated. Producing one kilogram of pesticide requires, on average, 10 times more energy than one kilogram of nitrogen fertilizer. Some pesticides, like sulfuryl fluoride, used on insects like termites and beetles, are themselves greenhouse gases: emitting one ton of sulfuryl fluoride is the equivalent of emitting nearly 5,000 tons of CO2. Researchers also say that oil and gas companies add to the issue and profit from it: 99 percent of synthetic pesticides are derived from petroleum.

California uses nearly 20 percent of the pesticides applied annually across the United States. The state grows fewer commodity crops than other regions, but supplies a third of the country’s vegetables and two-thirds of the country’s fruits and nuts. Because fruits and vegetables have such high value any losses would be significant and expensive — causing California farmers to use nearly five times more pesticides than the national average to avoid losses.

“Over the years, billions of pounds of pesticides have been used in California alone, which can spike greenhouse gas emissions, especially when synthetically made,” said Asha Sharma, Organizing Co-Director at PANNA and co-author of the report. “Nearly all — 95 percent — of California farmers are farming conventionally. Only 5 percent is organically farmed. With pesticides, this scale is important.”

Rising temperatures have led to a drop in crop resilience: heat stress, changing rainfall patterns, and more insect pests in more places creating higher demand for synthetic chemicals and pesticides. Some research reports that less than .01 percent of pesticides reach target pests, which means the excess chemicals end up on other plants or in the soil, water, and air. Hotter temperatures make this problem worse, vaporizing pesticides into a toxic gas, poisoning those exposed.

Researchers say the solution is agroecology. Agroecological farming emphasizes conservation agriculture, ecological processes that adapt to local conditions, and practices like intercropping, where two or more crops grow  together to increase biodiversity and promote plant health. It also prioritizes the health and decision-making power of farmers and agricultural workers, which has been shown to improve crop yields, profitability, and resilience against climate impacts.  

The report says agroecology leads to better public health, improved food security and sovereignty, and enhanced biodiversity and social benefits, such as better cooperation between farmers and communities. Researchers add that a shift across the entire food production system would be costly, but that there are ways to incentivize the transition through subsidies, similar to support for adopting green technology.

“Conventional farming methods don’t account for environmental externalities and health costs. Organic food is more expensive because it accounts for those things,” Sharma said. “A different system would cost more, yes, but the critical role of government is to make sure that people, regardless of income level, can afford food without pesticides.”

This story was originally published by Grist with the headline How pesticides intensify global warming on Jan 23, 2023.

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How California’s emergency plans fail disabled communities

High Country News - Mon, 01/23/2023 - 01:00
Kelley Coleman’s 9-year-old son had two days of his medication left. Then the evacuation order hit.
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Foods harvested throughout the seasons make up a wintertime meal

High Country News - Mon, 01/23/2023 - 01:00
An Inupiaq writer describes the fellowship and delight of a Native supper.
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Prosperità per molti

Green European Journal - Fri, 01/20/2023 - 08:45

I prezzi delle case e le spese d’affitto sono sempre più fuori portata per molti residenti delle città europee. Sebbene questo problema sia presente e in aumento da decenni, la sempre maggiore mercificazione del settore edilizio a partire dal 2008 ha aggravato la situazione in modo significativo. Tuttavia, se sul lungo periodo la politica rispetterà le sue promesse, l’edilizia sociale verde progettata per tutti e accessibile a tutti potrà rendere il diritto alla casa una realtà.

Sono trascorsi oltre dieci anni da quando l’insostenibile settore dell’edilizia abitativa ha innescato la crisi finanziaria globale. Eppure, malgrado i danni fatti, l’edilizia abitativa continua a essere trattata come un lusso. Gli hedge fund, le piattaforme per i turisti, i locatori aziendali sono sempre più presenti nelle città europee. Ne consegue che dal 2010 a oggi in Europa gli affitti sono aumentati del 16 per cento e i prezzi delle case sono saliti del 42 per cento.

L’idea che i prezzi delle case siano determinati dalle leggi dell’offerta e della domanda è profondamente radicata. Tuttavia, si tratta di una convinzione errata. Sul lungo periodo, i governi delineano i profili del sistema edilizio nella loro giurisdizione. Il sistema fiscale, la pianificazione urbanistica, le politiche di edilizia sociale, i diritti degli inquilini, e le regole finanziarie sono tutte questioni politiche e che dipendono da politiche, e insieme influiscono sul rapporto tra offerta e domanda degli alloggi e di conseguenza sulle condizioni abitative dei residenti.

Questo spiega perché le condizioni abitative in città che altrimenti sarebbero simili in termini economici e culturali possono differire enormemente. Vienna è una delle capitali a più rapida crescita in Europa. Eppure, nel 2022 gli affitti mensili medi (bollette incluse) in città sono stati di appena 8,6 euro per metro quadro. Al contrario, gli affitti mensili medi nelle città della vicina Germania sono stati circa il doppio: 18,9 a Monaco, 15,9 ad Amburgo e Francoforte, e 14,30 a Berlino.

Le situazioni dell’edilizia abitativa in Austria e in Germania sono sostanzialmente simili. La percentuale di proprietari di casa è relativamente bassa – il 55 per cento in Austria e il 51 per cento in Germania – e le banche sono inflessibili nella gestione dei mutui ipotecari. Nelle rispettive capitali la percentuale di proprietari di casa è ancora inferiore, e rappresenta il 21 per cento del totale a Vienna e il 17 a Berlino, stando alle statistiche ufficiali. In entrambi questi Paesi, le autorità regolano molto severamente il mercato degli affitti. In linea generale, gli affittuari ricevono un contratto d’affitto a tempo indeterminato ed entrambi i Paesi pongono vincoli all’aumento del canone d’affitto che i padroni di casa possono applicare da un contratto precedente a quello successivo.

Malgrado queste somiglianze, oltre il 10 per cento dei nuclei famigliari tedeschi è in overburden rate, (cioè spende nella casa più del 40 per cento del reddito disponibile). In Austria ciò accade nella misura di appena il 6,1 per cento. Queste cifre non includono nel calcolo le rate del mutuo per le case occupate da proprietari, in quanto Eurostat (in modo assai discutibile) considera tali rate come investimenti.

Se calcolate usando il metodo adottato da Destatis (l’ufficio di statistica federale tedesco), la percentuale delle persone in overburden rate in Germania nel 2019 si attestava addirittura al 13,9 per cento, superiore rispetto al 7 per cento dell’Austria. La pandemia, poi, ha aggravato notevolmente la situazione. Nel 2020, l’overburden rate tedesco si attestava al 20 per cento, un tasso due volte superiore alla media dell’Ue e quasi triplo rispetto a quello dell’Austria. Come si spiegano queste differenze?

La differenza la fa l’edilizia popolare

Negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, le democrazie occidentali misero a punto grandi programmi di edilizia sociale e popolare per soddisfare il diritto alla casa, e la casa divenne un pilastro del welfare state europeo del dopoguerra.

Nel Regno Unito, in base alla visione di Aneurin Bevan (ministro della Sanità dal 1945 al 1951), si costruirono alloggi popolari per rispondere alle esigenze di un’ampia fetta della popolazione. Tra il 1946 e il 1979, il governo britannico edificò cinque milioni di case. Nel 1977, l’edilizia popolare costituiva il 32 per cento del patrimonio immobiliare inglese, percentuale che coincideva con l’obiettivo del Partito laburista di garantire che l’edilizia popolare fosse condivisa tra una molteplicità di gruppi sociali.

Sul lungo periodo, i governi delineano i profili del sistema edilizio nella loro giurisdizione.

Questa fase si concluse con l’elezione di Margaret Thatcher nel 1979 e con l’introduzione dell’Housing Act l’anno dopo. L’epoca neoliberale continuò a cambiare drasticamente il panorama dell’edilizia abitativa, e in molti Paesi poco alla volta la casa divenne un asset di mercato. Nel 1980, il governo conservatore appena eletto introdusse il Right to Buy, una politica che rendeva possibile agli affittuari degli alloggi popolari comperare le loro case con sconti generosi. Di conseguenza, lo Stato vendette 2,6 milioni di case popolari. La privatizzazione delle case popolari fu una delle politiche che caratterizzarono l’epoca di Thatcher. Più che una semplice riforma dell’edilizia, il Right to Buy cambiò il tessuto sociale britannico, trasformando molti affittuari che tradizionalmente votavano laburista in proprietari di casa che votarono per il partito conservatore. La stessa Thatcher disse che la legge aveva “spianato la strada alla democrazia della proprietà”. Oggi nel Regno Unito i prezzi delle case, rispetto agli anni Settanta, sono tre volte meno accessibili. 

Dalla privatizzazione all’espropriazione a Berlino

Negli anni successivi alla riunificazione, la Germania seguì la strada tracciata da Thatcher. Fino al 1989, le imprese edili avevano lo status di no-profit in Germania (Germania ovest inclusa). Nel corso degli anni Novanta e Duemila, invece, il governo privatizzò la maggior parte dell’edilizia pubblica. I comuni trasferirono ingenti asset dell’edilizia pubblica a investitori privati orientati al mercato, modificando per sempre il panorama immobiliare tedesco.

In seguito alla privatizzazione, oggi l’edilizia popolare costituisce soltanto il 3 per cento circa del patrimonio immobiliare tedesco. Alle origini della grande proprietà di case che apparteneva allo Stato tedesco vi era l’edilizia popolare della Repubblica democratica tedesca (DDR) e gli asset edilizi delle aziende pubbliche della Germania Ovest. Negli anni Novanta furono privatizzate tre milioni di case che erano state di proprietà della DDR. Oggi l’azienda privata che possiede il maggior numero di case in Europa è Vonovia, con sede a Bochum, proprietaria di circa 400mila alloggi tedeschi.

Il suo patrimonio si basa su asset edilizi privatizzati delle società ferroviarie pubbliche tedesche e della compagnia dell’energia elettrica pubblica del Paese. Questi beni furono acquistati dall’azienda statunitense di private equity Fortress nel 2004 tramite un’azienda che in seguito avrebbe dato vita a Vonovia.

Nel 2004, il Land di Berlino vendette 60mila case a Cerberus Capital Management e Goldman Sachs. Quegli alloggi costituirono le prime proprietà dell’azienda Deutsche Wohnen, di recente confluita in Vonovia. Quella privatizzazione del patrimonio pubblico ha creato un’opposizione sociale che perdurò per molto tempo. Nell’autunno 2021, il 59 per cento dei berlinesi ha votato in un referendum la volontà di espropriare dai grandi proprietari immobiliari circa 240mila case. Il referendum, denominato ufficialmente “Expropriate Deutsche Wohnen & Co.”, era inequivocabile nei suoi obiettivi. Malgrado il risultato della votazione, da allora è accaduto ben poco. Il governo statale appare riluttante a procedere alle espropriazioni, e non è obbligato a farlo in quanto il referendum era consultivo e non vincolante. Berlino ha anche adottato una soglia massima temporanea per gli affitti che interessa il 90 per cento degli appartamenti della città. In ogni caso, la Corte costituzionale tedesca ha ritenuto il tutto anticostituzionale. A un anno dal referendum, gli abitanti di Berlino sono ancora in attesa di soluzioni per i loro affitti sempre più cari.

Mentre la strada da seguire resta poco chiara, in altri contesti emergono esempi di come la chiave per garantire un mercato immobiliare vivibile e accessibile resti un’edilizia popolare ben presente, anche se già i controlli sugli affitti riescono a limitarne efficacemente gli aumenti.

Da Vienna Rossa ad Aspern-Seestadt

L’offensiva neoliberale può aver abolito il diritto alla casa in Germania e nel Regno Unito; tuttavia, il Land austriaco di Vienna non ha mai smesso di sviluppare importanti programmi di edilizia sociale, a partire dal famoso lascito della Vienna Rossa, nel periodo tra le due guerre. Il periodo tra il 1919 e il 1934, infatti, vide Vienna mettere a punto programmi molto ambiziosi in campo sanitario, nella pubblica istruzione e nell’edilizia abitativa, guidati da un principio di giustizia sociale. Sotto la leadership del Partito Socialdemocratico d’Austria (SPÖ), in quello stesso periodo Vienna costruì 66mila case popolari. Al motto di “luminosità, aria fresca e sole”, fu perseguito l’obiettivo di fornire a tutti i residenti abitazioni sane e belle. SPÖ ha vinto ogni singola elezione a Vienna fin dal periodo della Vienna Rossa.

A Vienna, garantire accessibilità e qualità della casa è un principio che vale ancora, oggi come un secolo fa. Oggi il comune di Vienna possiede 220mila appartamenti. Allo stesso tempo, alcune associazioni edilizie a basso profitto possiedono 185mila appartamenti e hanno contribuito alla creazione di buona parte del patrimonio edilizio, occupato da proprietari tramite un programma di edilizia sovvenzionata. Il 62 per cento dei residenti di Vienna vive in alloggi popolari. Per legge, in tali abitazioni sono consentiti soltanto contratti a tempo indeterminato.

Malgrado i successi di località come Vienna, vasti programmi di edilizia pubblica risultano tuttora controversi per la Commissione europea. Nel 2009, la Commissione decretò che il modello di edilizia sociale olandese era incompatibile con le leggi dell’Ue per la concorrenza. Secondo quella decisione, l’edilizia sociale doveva essere dedicata esclusivamente alle persone socialmente svantaggiate. Fortunatamente, Vienna non ha seguito le indicazioni della Commissione. Per scongiurare la creazione di ghetti con servizi pubblici fatiscenti, il patrimonio immobiliare pubblico della città ospita persone di estrazione sociale quanto mai differenziata.

La chiave per garantire un mercato immobiliare vivibile e accessibile è un’edilizia popolare ben presente.

Il settore dell’edilizia sociale a Vienna, pertanto, non è composto da “case in sconto” destinate soltanto ai nuclei familiari a basso reddito. La missione del Wiener Gemeindebau (il settore dell’edilizia municipale di Vienna) è fornire alloggi accessibili e ambienti di alta qualità a un’ampia fascia della popolazione. Le soglie di reddito sono concepite per garantire che circa l’80 per cento di tutte le famiglie viennesi possano teoricamente avere diritto a un alloggio popolare.

La capitale austriaca è riuscita quindi a adattare la sua politica edilizia alle condizioni sociali in costante evoluzione. Negli anni Ottanta, Vienna era una metropoli in declino alla periferia dell’Europa occidentale. Il suo piano di sviluppo si concentrò in particolare sul rinnovamento urbanistico e sull’ammodernamento del patrimonio culturale della città. Il consiglio comunale rinnovava in media diecimila alloggi l’anno per migliorare le condizioni di vita dei residenti e al contempo ridurre le spese per l’elettricità e il riscaldamento.

La caduta del comunismo cambiò radicalmente la situazione. Vienna divenne una città a rapida espansione e si ritrovò nel cuore d’Europa. Oggi ha 350mila abitanti in più rispetto al 1989. Durante tutti gli anni Novanta, le politiche per l’edilizia sociale, l’integrazione e l’ecologia divennero i pilastri della politica della città, dando vita a un progetto a tutto tondo incentrato sulla qualità della vita. Nel referendum del 1995, Vienna respinse il megaprogetto dell’Expo che avrebbe dato la priorità alle esigenze dei turisti rispetto a quelle dei residenti, scegliendo invece di mettere a punto un progetto idroelettrico rinnovabile e di creare ampi spazi verdi intorno alla città.

Nel 2010, l’SPÖ formò una coalizione con il Partito dei Verdi. I Verdi austriaci si assunsero la responsabilità della pianificazione urbanistica, energetica e della rete dei trasporti. Da allora, Vienna ha aumentato il tasso di realizzazione di alloggi accessibili, portandolo da tremila a settemila l’anno per soddisfare le domande in crescita, prima di aumentarlo ancor più fino a diecimila alloggi l’anno. Ogni anno Vienna spende circa 570 milioni di euro per sovvenzionare, costruire e garantire la manutenzione del suo patrimonio di edilizia pubblica.

Il consiglio comunale rosso-verde (2010-2019) inoltre ha dato priorità alle tematiche ecologiche. Durante il suo mandato, ha iniziato a trasformare alcune piattaforme ferroviarie di scali merci in disuso e altre aree industriali dismesse in aree urbane residenziali e commerciali. Ai costruttori è stato chiesto di edificare alloggi sovvenzionati a condizioni accessibili e la città li ha selezionati in funzione della qualità garantita. Tra gli importanti progetti edilizi portati avanti dal comune ci sono Nordbahnhof (10mila case), Nordwestbahnhof (10mila case), Sonnwendviertel (5 mila case), e Aspern-Seestadt (11500 case).

Umani, animati, intimi e sicuri

Situato nel ventiduesimo distretto di Vienna, Aspern-Seestadt è il progetto di sviluppo urbanistico più grande d’Europa. Entro il 2030, la città avrà investito cinque miliardi di euro per convertire 240 ettari di terreni precedentemente dismessi in un’area residenziale e commerciale sostenibile per 25mila residenti, con 20mila potenziali posti di lavoro. Per guidare il progetto è stato chiamato l’urbanista svedese Johannes Tovatt, che ha dichiarato: “la nostra ambizione era quella di fornire un piano che creasse strade e spazi pubblici fondamentalmente aperti a tutti, umani, animati, intimi e sicuri”.

Una volta ultimato il progetto, il 60 per cento dei residenti vivrà in alloggi sovvenzionati di vario tipo, garantendo un mix sociale. Il comune fornisce i terreni, mentre i sussidi vanno direttamente alle associazioni edilizie. Il quartiere così come è stato pianificato si articola attorno a un lago artificiale di cinque ettari, circondato da edifici abitativi, aziende commerciali, istituti scolastici. Una giuria valuta ogni proprietà edilizia sulla base della qualità architettonica, delle spese, della sostenibilità sociale e dell’impatto ecologico. Tutti gli edifici sono a basso consumo energetico o addirittura passivo e sono collegati alla rete di distribuzione del riscaldamento gestita dal comune.

L’area avrà un mix funzionale di spazi abitativi e di lavoro per migliorare la mobilità. I trasporti pubblici, le biciclette e i pedoni avranno la priorità. L’obiettivo è di puntare al 40 per cento degli spostamenti in bicicletta, al 40 per cento con i mezzi pubblici e al 20 con il traffico motorizzato. Nella dichiarazione di intenti, i progettisti che hanno firmato il progetto hanno deciso di costruire prima di tutto una linea della metropolitana. La loro visione prevede che l’opzione del trasporto pubblico più accessibile risulti ovunque più vicina rispetto a qualsiasi parcheggio per le automobili.

Barcellona contro lo shock edilizio

Vienna non è un caso isolato. Anche a Barcellona troviamo un modello di politica abitativa del futuro. Negli ultimi cinque anni, i movimenti sociali e il comune di Barcellona poco alla volta hanno deciso di affrontare il problema degli affitti in aumento e di trasformare la città. Questo cambiamento rappresenta un vero e proprio passo avanti rispetto al sistema dell’edilizia abitativa in Spagna. Mentre la maggior parte dei Paesi occidentali stava costruendo il suo welfare state, Spagna, Grecia e Portogallo soffrivano da tempo, sotto regimi di dittature di destra che non mostravano alcun interesse per i diritti umani. La transizione verso la democrazia arrivò intorno alla metà degli anni Settanta, proprio quando nel resto d’Europa il welfare state stava iniziando, quasi ovunque, a sparire. Di conseguenza, questi Paesi hanno bassi livelli di edilizia sociale. In Spagna, la casa è, prima e più di qualsiasi altra cosa, un asset commerciale.

Negli ultimi dieci anni, la Spagna ha sofferto di uno “shock dell’edilizia abitativa”, espressione coniata dal ricercatore irlandese Rory Hearne per spiegare la transizione da un sistema abitativo dominante a un altro. Dagli anni Sessanta fino alla crisi finanziaria, il sistema spagnolo dell’edilizia abitativa è stato caratterizzato dall’acquisto della casa ottenuto soltanto con enormi indebitamenti. Dalla crisi in poi, gli alti anticipi richiesti hanno poi limitato l’accesso ai mutui ipotecari. Al tempo stesso, alcuni hedge fund americani tra cui Blackstone, Lone Star, e Cerberus, hanno fatto irruzione sulla scena edilizia spagnola, comprando circa 500mila alloggi in modo diretto o tramite una privatizzazione indiretta. Da ciò sono derivati migliaia di sfratti e di affittuari oberati da affitti costosissimi.

Tutto questo non poteva non incontrare opposizione. Alcuni movimenti dal basso come Platform Against Evictions e altri sindacati di affittuari hanno deciso di combattere questo iniquo sistema edilizio. Fin da quando l’ex attivista dei diritti per la casa Ada Colau è diventata sindaca di Barcellona nel 2015, la capitale catalana ha seguito l’esempio di Vienna. Malgrado la mancanza del potere legislativo e di vincoli finanziari, la città è intervenuta con vigore per aumentare il patrimonio di alloggi a prezzo accessibile. Il suo piano per il diritto alla casa comprende progetti di edilizia pubblica, forme di partenariato tra comunità pubbliche e private, acquisizioni, una temporanea mobilitazione di alloggi privati per poter raggiungere ampi strati della popolazione. Il patrimonio dell’edilizia pubblica così è cresciuto dalle 7.500 unità del 2015 alle 19.912 del giugno 2022.

Un arazzo vivente

Come Vienna e Barcellona, anche la Francia ha opposto resistenza all’ondata neoliberale che ha influenzato le politiche abitative. Nel 2000 il governo francese ha varato una legge per la solidarietà e l’ammodernamento urbano che impone ai singoli comuni di soddisfare entro il 2025 almeno il 25 per cento delle richieste di alloggi pubblici. Anche se questo obiettivo non sarà raggiunto in tutti i comuni, la legge ha portato alla costruzione di 1,8 milioni di unità abitative di edilizia pubblica. La percentuale della popolazione che corrisponde a nuclei familiari in difficoltà economica – e per i quali le spese per la casa superano il 40 per cento del reddito disponibile – era del 4,7 per cento nel 2018 e del 5,5 per cento nel 2019. Si tratta della percentuale più bassa in Europa occidentale. A differenza di Vienna, tuttavia, i progetti di edilizia pubblica in Francia hanno spesso portato a una certa segregazione e addirittura alla formazione di ghetti. 

I sistemi dell’edilizia abitativa sono il risultato di scelte politiche. Alcuni Paesi come Austria e Germania, che sono assai simili, possono avere risultati assai diversi in fatto di edilizia e in termini di livelli di debito, proprietà, accessibilità e di ciò che la casa significa sul piano del design delle nostre città. Francia e Austria hanno scelto entrambe di perseguire il diritto alla casa come un diritto umano grazie ad ambiziosi programmi di edilizia pubblica e sociale. Poiché la costruzione su vasta scala di case di qualità richiede tempo, alcuni sistemi di edilizia abitativa come quelli di Vienna e della Francia richiedono progetti politici a lungo termine. Per avere successo, è indispensabile che vi sia una cooperazione politica a livello locale, nazionale ed europeo.

Dando importanza alla coesione sociale, Vienna si avvicina come non mai all’aspirazione di Aneurin Bevan di dar vita a un’edilizia sociale che rifletta “l’arazzo vivente di una comunità eterogenea”. La città si classifica sistematicamente come uno dei posti migliori al mondo per qualità della vita, in particolare per la sua edilizia, le sue infrastrutture e la sua cultura. La sua esperienza, insomma, è la prova vivente che l’edilizia sociale migliora la qualità della vita nel suo complesso, offrendo prosperità a molti.

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Climate Misinformation Has Proliferated on Twitter Since Musk's Takeover

Yale Environment 360 - Fri, 01/20/2023 - 08:04

Misleading posts about climate change have flourished on Twitter since Elon Musk took charge of the company in October, according to a new report.

Read more on E360 →

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Gli aumenti dei prezzi: chi pagherà il conto?

Green European Journal - Fri, 01/20/2023 - 07:37

La guerra in Ucraina e la pandemia hanno trasformato il panorama economico europeo. Usando i dati di Eurostat, Cristina Suárez Vega analizza i fattori demografici che influenzano la capacità dell’Europa di affrontarne le ripercussioni.

Una serie di record storici: ecco un modo per descrivere quello che è accaduto all’economia europea nel 2022, anche se non in senso positivo. Nel settembre 2022, l’inflazione nell’Eurozona ha raggiunto il 10,9 per cento, la percentuale più alta dal 1997 a oggi. Ormai, con un euro si può comprare molto meno che in passato. Non c’è nulla di nuovo in questo: qualsiasi prodotto (quasi inevitabilmente) è sempre soggetto a cambiamenti in rialzo del suo prezzo. Quello che invece ha stupito in maniera particolare l’Unione europea è la rapidità con la quale il costo della vita si è impennato, mettendo a repentaglio sia la salute economica dei singoli individui e delle società sia la transizione verso un’energia più pulita.

A esclusione della pandemia, c’è stato un fattore chiave che ha provocato l’aumento repentino dell’inflazione: la guerra in Ucraina. Le sanzioni economiche imposte alla Russia dall’Ue hanno bloccato l’importazione di gas in Europa e questo indirettamente ha fatto lievitare il prezzo del gas sul mercato internazionale in tutto il continente. Di conseguenza, nel mese di agosto 2022 i prezzi dell’energia sono aumentati del 37,5 per cento. Nel 2021, al confronto, in quello stesso mese gli aumenti si erano mantenuti appena a quota 14 per cento. La differenza è ancora maggiore se osserviamo da vicino le situazioni nei diversi Paesi dell’Ue. Secondo Eurostat, la Danimarca ha i più alti prezzi dell’elettricità di tutta l’Ue, seguita da Germania, Irlanda e Belgio, mentre in Bulgaria e Ungheria si registrano i prezzi più economici.

Eurostat ha calcolato l’evoluzione dei prezzi al consumo tra il 2000 e il 2021 per dimostrare che, in media, sono aumentati del 46 per cento. Per i beni essenziali, l’aumento è stato ancora più evidente. Nel 2021 il costo dell’energia è stato del 111 per cento più alto rispetto al 2000. L’istruzione è costata il 95 per cento in più. Le spese di affitto e delle utenze domestiche sono aumentate del 72 per cento. Il Paese colpito più duramente è stato la Romania, con un rialzo complessivo delle spese del 311 per cento.

Osserviamo un preciso punto di svolta: primavera-estate del 2020, quando la pandemia ha iniziato a far sentire il suo impatto sull’economia europea.

Guardando indietro agli ultimi otto anni, i prezzi del settore energetico (di fondamentale importanza per la transizione verde), unitamente al costo degli immobili, sono stati i più instabili. Lo stesso vale per il prezzo dei generi alimentari, anche se in misura minore. Aumentata solo del 2 per cento nel 2018, nel 2022 l’inflazione alimentare ha superato il 14 per cento. Se guardiamo attentamente il grafico qui sopra, ci accorgiamo di un preciso punto di svolta: la primavera-estate del 2020, quando la pandemia ha iniziato a far sentire il suo impatto sull’economia europea.

Naturalmente, la pandemia non ha avuto lo stesso effetto su tutti i Paesi. Tenuto conto delle situazioni socioeconomiche differenti in Europa, non sorprende che le variazioni di prezzo aggregate siano risultate enormemente diverse da un Paese all’altro. Tra il 2021 e il 2022, le spese energetiche – che si sono impennate molto più bruscamente rispetto a quelle di altri settori, aggravate dalla guerra in Ucraina e da eventi climatici estremi – sono salite del 133 per cento in Turchia (anche se l’instabilità economica del Paese ha fatto lievitare i prezzi di oltre il 30 per cento in tutti i settori), del 100 per cento in Estonia e dell’88 per cento nei Paesi Bassi.

Sono le giovani donne a rimetterci di più

Se i prezzi aumenteranno ancora, e le retribuzioni non faranno altrettanto, ne conseguirà un aumento dei livelli di povertà. Ma il rischio di povertà non è lo stesso per tutti i gruppi demografici. Come dimostrano i grafici a pagina 50, nell’Unione europea la povertà è una questione di genere, e le donne ne sono in assoluto più colpite. A esclusione di chi non ha ancora compiuto 18 anni, la percentuale di donne a rischio di povertà – cioè coloro i cui salari scendono sotto la soglia di rischio della povertà, fissata al 60 per cento della media nazionale del reddito – è molto superiore a quella degli uomini. Era così prima della pandemia e continua a esserlo oggi. Per gli uomini di età compresa tra i 25 e i 29 anni, il rischio di povertà è cresciuto di più punti percentuali rispetto alle donne della stessa fascia di età, ma le percentuali reali di rischio povertà restano decisamente più alte nel caso delle donne.

La differenza maggiore tra le percentuali di rischio di povertà per gli uomini e per le donne si vede bene nel gruppo degli over 65. Nel complesso, il rischio di povertà in questa fascia di età è aumentato solo leggermente tra il 2019 e il 2021. Tuttavia, il divario tra le donne (22 per cento) e gli uomini (16 per cento) spicca in maniera evidente. Il divario di retribuzione a seconda del genere, una maggiore quantità di tempo dedicata alle cure e all’accudimento dei familiari e le ricadute di questo sui versamenti per le pensioni sono soltanto alcuni dei fattori cruciali responsabili di questa discrepanza.

La percentuale di donne a rischio di povertà è molto superiore a quella degli uomini.

In termini di età, il rischio di povertà è quanto mai alto tra i giovani. Il gruppo con la percentuale maggiore di persone a rischio di povertà nel 2021 è stato quello di chi apparteneva alla fascia di età 18-29 anni, comprendente nel complesso 33,7 milioni di uomini e donne in tutta l’Ue. Tra i fattori responsabili di ciò vi sono peggiori condizioni di lavoro e salari più bassi rispetto alle generazioni precedenti, le quali riuscirono a dotarsi di cuscinetti finanziari più grandi durante i periodi precedenti caratterizzati da un’economia più solida.

Le fluttuazioni economiche non hanno il medesimo impatto su tutte le fasce di reddito. Quanto minore è il salario di una persona, tanto meno quella persona sarà in grado di affrontare l’inflazione. Questo significa che, in fin dei conti, saranno probabilmente le donne e i giovani – e soprattutto le giovani donne, che appartengono a entrambe queste categorie – a patire l’impatto più grave dell’attuale crisi del costo della vita.

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Le regolamentazioni fiscali europee per una nuova epoca

Green European Journal - Fri, 01/20/2023 - 07:19

La vulnerabilità degli europei al costo della vita alle stelle resta in qualche modo legata alle regolamentazioni dell’Ue che hanno limitato gli investimenti dei governi nei beni pubblici. Mentre il tenore di vita ristagna e i livelli di indebitamento continuano a crescere, si rende pertanto necessario adottare un nuovo criterio per la spesa pubblica. Le normative fiscali dell’Ue, cruciale oggetto di discussione in vista delle elezioni europee, dovrebbero dare la priorità al benessere, all’istruzione e a un futuro verde rispetto al contenimento di deficit e indebitamento.

Il contenimento dell’indebitamento pubblico è sempre stato un elemento fondamentale dell’Unione economica e monetaria dell’Ue fin dalla sua fondazione. I cosiddetti criteri di Maastricht esigono che gli stati membri mantengano deficit e debito pubblico rispettivamente al di sotto del 3 e del 60 per cento del Pil. Dopo la crisi finanziaria del 2008, l’Ue rese queste “normative fiscali” ancor più elaborate, facendo della sostenibilità del debito il perno centrale di come si presumeva che i Paesi membri dovessero gestire le loro economie. Questa fissazione politica per la riduzione del debito ha abbassato in modo permanente i redditi e ha compromesso gli investimenti nella protezione dell’ambiente e del clima. Il lascito di questa politica è aver reso i popoli di tutta Europa più esposti e vulnerabili agli aumenti del costo della vita.

Gli anni più recenti hanno messo in luce l’inadeguatezza dell’attuale assetto delle normative fiscali in periodo di crisi. Le regole sui prestiti governativi sono state sospese una prima volta nel 2020, in reazione alle ripercussioni economiche della pandemia. Questo si è ripetuto nel 2021 e poi ancora nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Si prevede che l’attuale periodo di flessibilità giungerà a conclusione nel 2024. In piena crisi da Covid-19, la Commissione europea per la prima volta è stata persino autorizzata a prendere capitali in prestito dai mercati finanziari per finanziare i suoi interventi. Invece di fare affidamento su risposte ad hoc ogni volta che subentra una nuova crisi, dopo il 2024 all’Europa occorrerà piuttosto varare un approccio a lungo termine, più funzionale. I governi nazionali dovrebbero avere facoltà di investire nei servizi pubblici come la sanità, l’istruzione e la riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Da parte sua, la Commissione europea dovrebbe anche essere dotata di mezzi che sostengano le spese nazionali.

Nel novembre 2022, la Commissione ha proposto nuove regole per i livelli dei prestiti governativi e le tabelle di marcia di riduzione del debito. La proposta riconosce l’aumento nei livelli di debito causati dalla pandemia, dalla guerra in Ucraina e dal collasso ecologico, e delinea un sistema che permetterebbe agli stati membri di pianificare gli investimenti tramite un iter monitorato dalla Commissione. In base a tale proposta, gli stati membri avrebbero una maggiore responsabilità sui piani di riduzione del debito invece di essere soggetti a una regola unica che vada bene per tutti pur di abbassare la spesa. In ogni caso, la priorità principale resta mantenere un basso indebitamento, piuttosto che costruire un’economia che funzioni correttamente per tutti. Questo rappresenta una grande occasione mancata: proporre prestiti permanenti a livello europeo, per esempio, avrebbe avuto l’effetto di ridurre i costi per gli stati membri economicamente meno forti integrando la spesa nazionale.

 La camicia di forza fiscale

Concepite per ridurre l’indebitamento degli stati membri, le regole fiscali dell’Ue hanno fallito nel loro intento. Negli anni successivi alla crisi finanziaria globale, la spesa pubblica è stata soffocata. Di conseguenza, la domanda è precipitata e anche la produzione economica è calata. Il danno economico permanente che questo ha determinato ha intaccato fortemente i redditi dei nuclei familiari e ha portato alla perdita di molti posti di lavoro, specialmente per le persone con redditi più bassi. Anche i Paesi europei che hanno optato per un regime di maggiore austerità e di pesanti tagli alla spesa pubblica hanno fatto registrare livelli di indebitamento superiori. Di conseguenza, questa fissazione della politica per la riduzione del debito pubblico si è rivelata infine controproducente.

Agli stati membri è richiesto di mantenere il loro debito pubblico sotto il 60 per cento del Pil. Ma il rapporto tra debito e Pil dice ben poco della solidità economica di un Paese o del benessere del suo popolo. Guardando alle nazioni ad alto reddito nel mondo, in Giappone il rapporto tra indebitamento e Pil è stato superiore al 200 per cento per più di un decennio senza che ciò comportasse alcun accenno di default. Nello stesso modo, durante la pandemia il rapporto tra indebitamento e Pil negli Stati Uniti ha raggiunto il 135 per cento.

Senza riforme di politica fiscale, sarà pressoché impossibile ridurre a sufficienza le emissioni di anidride carbonica.

Applicare dannose politiche d’austerità sulla base di questi traguardi così arbitrari è irresponsabile sul piano fiscale. Dai risultati di un recente studio empirico condotto dall’economista Philipp Hemberger si comprende che rapporti più alti tra debito e Pil nelle nazioni ad alto reddito non hanno un impatto significativo sulla crescita dell’economia. Nello stesso studio si è appurato che l’aumento dell’erogazione dei prestiti in situazioni come la pandemia non funzionano da “motori della crescita” con il passare del tempo. Al contrario, ridurre la spesa e gli investimenti, in particolare in periodi di recessione e di fiacchezza economica, arreca danni duraturi alla capacità produttiva dell’economia.

Una completamente rinnovata piattaforma economica dovrebbe lavorare per creare un’economia che metta insieme spesa per le infrastrutture verdi e sociali e il raggiungimento della piena occupazione. Lo scopo dovrebbe essere quello di creare posti di lavoro ben retribuiti e al contempo affrancarci definitivamente dalla nostra dipendenza dai combustibili fossili limitando i consumi energetici e di risorse. Anche quando i tassi di interesse aumentano, la spesa è indispensabile per far fronte al collasso ecologico e aggirare la necessità in futuro di grossi interventi per la crisi. Il benessere umano, quello economico e quello ambientale dovrebbero essere gli obiettivi fondamentali della politica economica dell’Ue.

Questo non significa che valutare correttamente i livelli di indebitamento non sia importante e che i prestiti siano tutti positivi. L’instabilità finanziaria provocata dall’aumento del debito per finanziare gli sgravi fiscali a beneficio dei più ricchi in Gran Bretagna è una chiara dimostrazione del motivo per cui i prestiti improduttivi dovrebbero essere limitati.

Le conseguenze di non dimostrarsi all’altezza

Dieci anni di economia improntata all’austerità hanno trascinato verso il basso la qualità della vita in tutto il continente. Tagli ai servizi pubblici, alla sanità, ai budget dell’istruzione in aggiunta alle privatizzazioni dell’infrastruttura sanitaria hanno avuto un impatto quanto mai deleterio sulle persone più povere. Poi, quando la pandemia ha colpito, il reddito reale annuo disponibile alla media dei cittadini europei era di quasi tremila euro inferiore rispetto a quello sul quale avrebbero potuto contare se i loro redditi avessero continuato ad aumentare allo stesso tasso di prima della crisi finanziaria. Dietro questa media si nascondono differenze significative tra i vari stati membri dell’Ue. In Germania nel 2020 il reddito medio è sceso soltanto dell’1 per cento rispetto ai trend di prima del 2008, mentre i redditi in Finlandia e nei Paesi Bassi sono stati inferiori dal 15 al 16 per cento. Irlanda e Spagna sono stati tra i Paesi più colpiti, con redditi medi scesi ben al di sotto delle soglie previste del 29 e del 25 per cento rispettivamente.

Ai bassi livelli di spesa pubblica si sono accompagnati redditi stagnanti. Inoltre, il taglio di alcuni diritti dei lavoratori ha portato a un aumento del lavoro precario e sotto-retribuito.

una spesa pubblica mirata e a lungo termine è necessaria per garantire una buona qualità della vita a chiunque in Europa.

Prima della pandemia, nell’Ue vi era un divario negli investimenti per le infrastrutture sociali stimato nell’ordine di almeno 142 miliardi di euro l’anno. Oggi tale divario si è dilatato. Qualora gli investimenti nei servizi sociali avessero proseguito la loro traiettoria di prima della crisi, i governi dell’Ue adesso spenderebbero mille euro in più a persona rispetto a quelli che hanno speso nel 2019. Tra il 2000 e il 2009, la spesa pubblica reale nei settori sociali è aumentata mediamente del 2,4 per cento l’anno. Nel decennio successivo, l’aumento annuo è sceso di due terzi fino allo 0,8 per cento, facendo sì che le società europee dimenticassero gli impatti positivi della produzione economica, accantonassero i livelli degli investimenti privati, e trascurassero la disoccupazione che si accompagna a una più alta spesa sociale. Questo basso livello di finanziamento dei servizi pubblici e la privatizzazione diffusa hanno finito con il minare la resilienza degli europei, anche nei confronti della pandemia da Covid-19.

Di recente, il Fondo Monetario Internazionale ha stimato che l’aumento dei prezzi dell’energia farà crescere il costo della vita per le famiglie europee mediamente del 7 per cento nel 2022. Se in parte ciò sarà controbilanciato dalle recenti misure varate dall’Ue e a livello nazionale per tenere a freno l’inflazione, una spesa pubblica mirata e a lungo termine è necessaria per garantire una buona qualità della vita a chiunque in Europa.

Le preoccupazioni dell’Ue sul debito fanno passare in secondo piano le ben più grandi sfide socioeconomiche, per il clima e per l’ambiente che l’Europa ha davanti a sé. Poiché sarà impossibile invertire i danni inflitti dal riscaldamento globale, si rendono necessari investimenti preventivi per arginare le conseguenze peggiori. Senza riforme di politica fiscale, sarà pressoché impossibile ridurre a sufficienza le emissioni di anidride carbonica.

Nel 2019, la Commissione europea ha calcolato che l’Europa avrà bisogno di 490 miliardi di euro l’anno aggiuntivi di investimenti per mantenere sano il nostro ambiente. Altre stime suggeriscono che per affrontare il solo collasso del clima nell’Ue potrebbero essere necessari investimenti annui superiori a 855 miliardi di euro e oltre (trasporti esclusi). Il Green Deal della Commissione è destinato a mobilitare soltanto un terzo di questa somma di investimenti provenienti sia dal settore privato sia da quello pubblico. I soli investimenti privati, per altro, non saranno in grado di colmare il divario, e non necessariamente porteranno investimenti in grado di offrire vantaggi a coloro che ne hanno maggiore bisogno.

Linee in spostamento

Le contrazioni economiche alimentano la sfiducia nella politica, e ciò innesca un sostegno per i partiti estremisti. In tutta Europa, la dura reazione contro l’austerità ha portato a un aumento significativo nei consensi per i partiti estremisti, a una minore affluenza degli elettori ai seggi e a una maggiore frammentazione politica. Come possiamo evitare che tutto questo si ripeta negli anni a venire?

Durante la crisi dell’Eurozona, a essere maggiormente colpiti dalla crisi debitoria e dall’austerità furono i Paesi dell’Europa meridionale. Questo spiega l’approccio più flessibile alla spesa pubblica e alla riduzione del deficit, favorita a lungo dai governi di Francia, Italia e Spagna. Dall’altra parte, l’Europa settentrionale fu colpita meno duramente. L’economia della Germania trainata dalle esportazioni ha addirittura tratto benefici dal basso valore dell’euro.

Oggi, tuttavia, la Germania è uno dei Paesi maggiormente esposti agli aumenti del prezzo delle materie energetiche. I provvedimenti nazionali proposti a settembre dalla Germania per proteggere la sua base industriale hanno innescato significativi contraccolpi da parte degli altri Paesi europei. Ciò nonostante, la Germania resta uno dei Paesi che ha più da guadagnare dalla cooperazione europea nell’attuale crisi energetica.

Il governo tedesco da tempo persegue la politica economica del basso debito. La Germania è stata tra i primi e più importanti Paesi a proporre la disciplina fiscale nell’ambito dell’Unione monetaria europea e durante la crisi dell’Eurozona. Un freno all’indebitamento (Schuldenbremse) è inserito nella Costituzione tedesca e in base alla famosa politica di budget schwarze Null (“zero nero”), introdotta in seguito alla crisi finanziaria del 2008, il Paese è obbligato a mantenere un budget federale equilibrato senza ricorrere a nuovi prestiti.

Le crisi degli ultimi anni, tuttavia, hanno comportato un cambiamento. Durante la pandemia, il governo tedesco ha accordato per la prima volta un debito con l’Ue come misura a breve termine. Eletto nel 2021, l’attuale governo della Germania include anche i Verdi, i quali chiedono maggiori investimenti pubblici e caldeggiano un approccio europeo comune. Il Partito Liberale Democratico, anch’esso parte della coalizione di governo, continua a considerare i limiti ai prestiti una linea rossa invalicabile, una soglia che costituisce un ostacolo enorme per riformare a fondo la politica fiscale dell’Ue. Questa posizione risulta sempre più sfasata rispetto alla posizione fiscalmente conservatrice e tradizionale dell’opinione pubblica tedesca, la quale sta andando comunque incontro a un’evoluzione. Quasi i due terzi (per la precisione il 64 per cento) di coloro che hanno risposto a un sondaggio condotto nel 2022 hanno espresso preoccupazione per un ritorno alle politiche di austerità e in buona parte hanno detto di appoggiare un aumento nella spesa di governo per i servizi pubblici e così pure gli investimenti verdi.

I quattro cosiddetti “Paesi frugali” – Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia –si oppongono solitamente anch’essi a una maggiore flessibilità nella spesa pubblica. Eppure anche lì, la politica di governo differisce dalle idee dell’opinione pubblica. Per esempio, quando è stato chiesto se l’Unione europea avesse speso troppo per i fondi di ripresa dal Covid-19, quasi otto elettori su dieci hanno detto di non essere d’accordo. Le preoccupazioni perlopiù tendono a concentrarsi sugli sprechi e sulla corruzione correlata all’uso dei fondi da parte degli stati membri, più che alla spesa in sé e per sé.

L’occasione di un cambiamento sistemico

L’austerità post-2008 non ha reso gli europei più felici o in migliori condizioni, né ha elevato il loro tenore di vita. Al contrario, l’ossessione per il mantenimento di bassi livelli di debito e di deficit ha reso le società europee meno resilienti. Questo inverno sarà particolarmente duro in Europa e nel mondo; lo stesso potrebbe accadere anche negli anni a venire. A fronte di sempre più complesse sfide ecologiche e sociali, c’è bisogno di stati che abbiano la facoltà di investire.

Probabilmente il dibattito sulla politica economica, e in particolare sulle normative fiscali, sarà uno dei temi politici più importanti nella fase preparatoria delle elezioni europee del 2024. I partiti e le voci progressiste dovranno presentare un’alternativa migliore, diversa dalle politiche che hanno fallito in passato. La politica fiscale svolge un ruolo centrale nel perseguire sia la giustizia climatica sia la giustizia sociale. Riformare le regole fiscali europee, pertanto, è un’occasione per dimostrare in che modo la politica economica possa dare risposte adeguate sia alla gente, sia al pianeta.

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Per l’odierna crisi economica la soluzione è investire nella transizione verde

Green European Journal - Fri, 01/20/2023 - 06:37

In questo articolo Danae Kyriakopoulou sostiene che, quando le banche centrali iniziano a cambiare strategia dopo anni di politica monetaria espansiva, usare gli strumenti del sistema finanziario per combattere l’inflazione rischia di tagliare gli investimenti a favore del clima proprio quando ne abbiamo maggiore bisogno.

Nel giro di pochi anni, le banche centrali sono passate dall’essere preoccupate dalla mancanza di inflazione – e da un possibile scivolamento nella deflazione – a dover affrontare la prospettiva di una spirale stagflazionistica. Discutere se l’attuale inflazione rifletta le pressioni dell’offerta o della domanda – o entrambe – è stato il punto centrale per l’assemblea annuale del Fondo monetario internazionale (FMI), tenutasi a Washington nell’ottobre 2022. Individuare le ragioni dello shock, e capire se si tratta di qualcosa di passeggero o di permanente è di importanza fondamentale per indirizzare le reazioni delle banche centrali. I rischi per la crescita economica e lo sviluppo non potrebbero essere maggiori: la realtà della crisi climatica e le opportunità di investimenti della transizione verde sono determinate dai limiti esogeni del pianeta, e non dalle circostanze fiscali e monetarie del momento. Non investire adesso aggraverebbe soltanto la situazione economica, rischiando di innescare un circolo vizioso continuo di sotto-investimenti, di crescita lenta e di forte indebitamento.

Per ciò che concerne le cause dell’inflazione, un campo più domandista chiede ai banchieri centrali di guardarsi allo specchio: anni di bassi tassi di interesse e di quantitative easing (QE, alleggerimento quantitativo) hanno sorretto i prezzi degli asset. Questo fenomeno si è accelerato durante la pandemia, quando le banche centrali hanno abbandonato i loro primi passi in direzione della normalizzazione per sostenere l’economia con nuovi QE. I conti patrimoniali delle banche centrali si sono più che quadruplicati dal 2008, arrivando nel 2022 ben sopra i 30mila miliardi di dollari americani. Il solo alleggerimento quantitativo correlato alla pandemia è stato di gran lunga superiore rispetto a quello del periodo 2009-2011 che aveva fatto seguito alla crisi finanziaria.

Chiedersi se la politica monetaria abbia contribuito all’aumento dell’inflazione è per alcuni aspetti qualcosa di completamente diverso dal sapere se ne sono colpevoli le banche centrali. Queste ultime puntano il dito contro l’inattività del governo, il motore trainante delle loro stesse azioni – in particolare contro la riluttanza dei governi a portare avanti riforme strutturali e trarre vantaggi dai bassi costi dei prestiti per procedere ai tanto necessari investimenti.

Messe all’angolo e vincolate dal loro obbligo a mantenere la stabilità dei prezzi, le banche centrali hanno avuto poche alternative se non quella di diventare l’unico attore in gioco, attirandosi critiche per aver fatto quello che avrebbe dovuto essere il compito dei politici eletti. Lo hanno fatto con disagio. Più volte hanno rivolto appelli ai governi affinché sostenessero la ripresa e hanno chiesto che prestassero attenzione ai limiti di quello che la politica monetaria permette di ottenere. Alcune banche centrali si sono spinte addirittura oltre, manifestando preoccupazione riguardo rischi di creare bolle di titoli di stato, o avvertendo che i governi avrebbero potuto rimpiangere i loro stessi tentativi di creare inflazione.

Alla fine, la svolta dei governi, che decisero di procedere all’espansione fiscale durante la pandemia, ha contribuito ancor più all’aumento dell’inflazione. L’innovazione costituita dai pacchetti di aiuti, necessari per salvare vite umane e fornire mezzi di sostentamento è arrivata insieme al rischio di generare liquidità in eccesso e di provocare generalizzati aumenti dei prezzi.

vi sono limiti alle modalità con le quali gli strumenti del sistema finanziario possono efficacemente apportare cambiamenti nell’economia reale.

Le implicazioni della pandemia e della relativa deglobalizzazione sul fronte dell’offerta sono inflazionistici sotto molti punti di vista. Prima di tutto vi sono ovvie difficoltà nella continuità di varie supply chain globali, e nel traffico dei grandi container, tra cui emergono in particolare problemi nel settore del commercio dei chip e di altre componenti hi-tech di importanza fondamentale. Al tempo stesso, la pandemia ha resettato le preferenze delle persone nei riguardi del lavoro, e dopo la pandemia in molti si sono rifiutati di tornare nel rinnovato mercato del lavoro post-pandemico. A questo vanno aggiunti anni di politiche energetiche imprudenti e l’insuccesso nella diversificazione delle forniture energetiche. Nell’insieme, questi fattori hanno reso vulnerabili alcuni settori fondamentali dell’economia globale. L’inflazione in aumento in Europa è il risultato di una domanda inelastica di gas naturale.

Se non vi si porrà rimedio, il cambiamento climatico potrebbe creare ulteriori pressioni inflazionistiche. Se l’odierna “fossilflazione”  riflette il costoso lascito della dipendenza dai combustibili fossili, i banchieri centrali hanno messo in guardia anche dalla futura “climaflazione” (in quanto il diffondersi sempre più frequente, intenso e geografico di eventi estremi correlati al cambiamento climatico interferisce pesantemente sull’attività economica e sull’agricoltura) e dalla “greenflazione” (un rischio maggiore in uno scenario di transizione disordinato nel quale la fornitura di input fondamentali non riesce a soddisfare la domanda). Come osservò nel 2013 Paul Volcker, ex presidente della Fed, “quando gestisci una politica con tassi di interesse bassi la vera sfida da affrontare è capire quando è opportuno terminarla. La parte facile è allentare; la parte difficile è inasprire”. Se aumenti troppo presto, potresti innescare una recessione. Se aumenti troppo tardi, rischi ancora di più di consolidare l’inflazione. Il consiglio del Fondo Monetario Internazionale alle banche centrali fu di sbagliare preferibilmente in eccesso, con una stretta eccessiva, pur ammettendo che così facendo “si rischia di spingere l’economia mondiale in una dura recessione non necessaria”. Secondo il suo capo economista Pierre-Olivier Gourinchas, “la credibilità delle banche centrali conquistata a caro prezzo sarebbe gravemente compromessa se esse giudicassero in modo errato, ancora una volta, la tenace persistenza dell’inflazione”, in quanto ciò “si rivelerebbe in futuro di gran lunga più deleterio per la stabilità della macroeconomia”.

Una recessione indotta dalla politica danneggerebbe in modo significativo le prospettive di poter procedere con gli investimenti per reagire alla crisi climatica. Se da un lato esiste un considerevole insieme di provvedimenti che le banche centrali, i supervisori finanziari e gli enti di regolamentazione possono adottare per allineare il sistema finanziario al livello zero, vi sono limiti alle modalità con le quali gli strumenti del sistema finanziario possono efficacemente apportare cambiamenti nell’economia reale.

Ciò che occorre è una forte spinta agli investimenti, per compiere un progresso sostanziale sia negli gli obiettivi climatici sia in quelli dello sviluppo, in particolare nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo. Il prossimo decennio sarà determinante sotto questo punto di vista, e adesso è venuto il momento di decidere quale azioni intendiamo tradurre in realtà. Sullo sfondo di condizioni monetarie e finanziarie in netto peggioramento, le conseguenze catastrofiche di una “dura recessione non necessaria provocata da un inasprimento delle politiche monetarie” non dovrebbero essere sottovalutate. Non si tratta soltanto di una priorità economica, ma anche di una questione di sicurezza. Come dice il ministro tedesco delle finanze Christian Lindner, le fonti rinnovabili offrono una “libertà energetica” che riduce i rischi causati dalla debolezza delle supply chains. Poiché il costo di queste continua a diminuire, dovremmo attenderci che un cambiamento di questo tipo sia anche deflazionistico.

L’argomentazione a favore degli investimenti resta di gran lunga superiore rispetto a quella dell’inazione. Tenendo conto della questione climatica, la spinta a investimenti di alta qualità è la strada migliore – e l’unica – per una crescita e uno sviluppo sostenibili. Senza gli investimenti, rischiamo che alla politica sia lasciato un margine d’azione ancora più esiguo, e questo finirebbe per rendere ancora più pericolose le scelte delle banche centrali.

Traduzione Anna Bissanti- Voxeurop

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Il prezzo di non vivere in Europa

Green European Journal - Fri, 01/20/2023 - 06:10

In questo articolo Richard Wouters sostiene che al di fuori dei confini dell’Unione europea, dall’Ucraina al Sud del mondo, vi sia una situazione più ampia che fa da sfondo alla crisi del costo della vita e che non dovrebbe essere dimenticata.

Malgrado l’aumento del costo della vita, la maggior parte di noi nell’Unione europea conduce vite privilegiate. Fuori dai confini dell’Ue, centinaia di milioni di persone faticano per raggiungere i nostri livelli di prosperità, e devono addirittura combattere per avere la nostra democrazia. Quando scendiamo per strada per protestare contro l’aumento dei prezzi e la perdita del posto di lavoro, dobbiamo stare attenti a non dimenticarvi di queste persone.

Circa 200 milioni di persone nel Sud del mondo lavorano molte ore al giorno per produrre materie prime, beni e servizi destinati ai nuclei familiari dell’Ue. In pratica, per ogni persona che lavora nell’Ue c’è un lavoratore poco retribuito. Non stupisce che occorrerebbero tre pianeti Terra se tutti gli abitanti del nostro pianeta dovessero vivere come il consumatore medio dell’Ue. Che si tratti di siccità e di alluvioni provocate dal cambiamento climatico o di deforestazione dovuta alla necessità di coltivare alimenti per il nostro smisurato bestiame, gli impatti ecologici di questo stile di vita ricadono perlopiù su chi vive nel Sud del pianeta.

L’invasione russa dell’Ucraina e le (giustificate) sanzioni contro il Paese aggressore lasciano presagire l’emergere di ancora più difficoltà per il Sud del pianeta. I Paesi occidentali si stanno impossessando di combustibili, generi alimentari e fertilizzanti provenienti da qualsiasi zona a esclusione della Russia, pur di mantenere a galla le loro economie. Nel frattempo, i Paesi in via di sviluppo stanno rimanendo indietro, e la povertà e la carestia dilagano sempre più.

Anche se passeranno ancora anni prima che l’Ucraina possa entrare nell’Unione europea, oggi gli ucraini stanno pagando un prezzo molto alto per la difesa dei valori europei.

Anche se passeranno anni prima che l’Ucraina possa entrare nell’Unione europea, gli ucraini stanno pagando oggi un prezzo altissimo per difendere i valori europei.

Vivere nell’Unione europea potrebbe sembrare quasi idilliaco, se non fossero gli altri a dover pagare il prezzo del nostro alto tenore di vita. La nostra unione sempre più stretta, la legalità, la democrazia (transnazionale) e i nostri sistemi di welfare saranno forse tutt’altro che perfetti, ma a livello globale sono esemplari. Per molte persone fuori dall’Ue sono motivo d’invidia. Noi europei possiamo andar fieri di questi risultati. Devono essere difesi dai nemici interni ed esterni, se non altro perché la transizione verso un’economia non estrattiva che rispetti i confini del pianeta deve essere realizzata democraticamente e sulla base di un’estesa cooperazione. Oggi la difesa della democrazia europea è affidata al coraggio del popolo ucraino. Da Leopoli a Mariupol, centinaia di migliaia di uomini e donne hanno lasciato le loro famiglie e le loro vite di tutti i giorni per combattere gli invasori. Non soltanto stanno difendendo la loro nazione dalle allucinazioni imperialistiche di Putin, ma stanno anche proteggendo la legalità internazionale dall’idea che “il più forte ha sempre ragione”, e stanno difendendo i valori democratici dall’autocrazia e dalla cleptocrazia. Anche se passeranno anni prima che l’Ucraina possa entrare nell’Unione europea, gli ucraini stanno pagando oggi un prezzo altissimo per difendere i valori europei. L’Ue aiuta l’Ucraina con armamenti, denaro e sanzioni contro la Russia, e si sta rapidamente affrancando dall’energia russa. I prezzi delle materie energetiche, di conseguenza, sono balzati alle stelle, facendo salire l’inflazione e costringendo alcune aziende a chiudere i battenti. Il più alto costo della vita e la potenziale perdita di posti di lavoro rischia di erodere il sostegno dell’opinione pubblica nei confronti degli aiuti all’Ucraina e delle sanzioni alla Russia. Tuttavia, stringere i denti e perseverare è cruciale per sconfiggere Putin.

Ne consegue che per i governi è di vitale importanza aiutare e risarcire i più vulnerabili, e allo stesso tempo esigere sacrifici dai cittadini più abbienti. La proclamazione della “fine dell’abbondanza” da parte del presidente francese Emmanuel Macron è un esempio di corretta valutazione della “policrisi” alla quale dobbiamo fare fronte, dall’ecologia alla geopolitica. Ciò nonostante, se a questo messaggio non si accompagneranno forti politiche redistributive, per molti europei che non hanno mai goduto la loro parte di quell’abbondanza le cose si metteranno male. Quando si deve scegliere se mangiare o stare al caldo, è comprensibile che vi possano essere delle ribellioni.

Con i governi che fanno fatica a reagire alla sempre più diffusa povertà, mentre le bollette aumentano e cresce la perdita dei posti di lavoro, è verosimile che le proteste si allargheranno (soprattutto considerando che alcuni governi non sono disposti a tassare i ricchi). A prescindere però da quanto saremo arrabbiati con i nostri governi, noi europei siamo ancora in debito di solidarietà nei confronti delle persone e delle zone dove si sgobba duramente e si lotta per noi.

Si consideri l’esempio di una fabbrica di porcellane in Europa centrale che dovrà chiudere se i prezzi del gas resteranno alle stelle. Un centinaio di persone potrebbe tragicamente rischiare di perdere il posto di lavoro. Potreste essere propensi a unirvi alle proteste di quei lavoratori. In ogni caso, se l’Unione europea importasse gas naturale liquefatto (GNL) a sufficienza per garantire la sopravvivenza di tutte le sue aziende, si spegnerebbero tutte le luci nei Paesi più poveri che dipendono per la loro elettricità dal gas di importazione. Il prezzo alle stelle del GNL dovuto all’alta richiesta in Europa ha provocato blackout in Bangladesh. Per quanto duro possa suonare alle orecchie degli operai della fabbrica di porcellane, la gente può fare a meno di comprare nuovi servizi di piatti più facilmente di quanto possa fare a meno dell’elettricità.

Nell’Ue, ogni protesta contro la crisi del costo della vita è seguita con grande interesse dal Cremlino. L’arma del gas è per Putin uno strumento di divisione dell’Unione europea e per potenzialmente indebolire gli aiuti all’Ucraina. La piccola speranza che Putin ripone ancora nel mantenere il controllo dell’Ucraina occupata verosimilmente è sostenuta dalle dimostrazioni nelle città europee. La televisione russa non vede l’ora di riferire di tali proteste, che rappresentano segnali di un’Europa che implora di riavere il gas russo. Nel mostrare i cartelli della vostra protesta, chiedetevi se il corteo nel quale state sfilando accorcerà la guerra o prolungherà le sofferenze del popolo ucraino. E quando scendete in strada per denunciare gli aumenti dei prezzi e le chiusure delle fabbriche, assicuratevi di portare con voi una bandiera ucraina.

Traduzione di Anna Bissanti

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Abbassare i salari non è la risposta giusta

Green European Journal - Fri, 01/20/2023 - 05:50

Il ritorno dell’inflazione nelle economie europee ha innescato un furioso dibattito sulle sue cause. La crisi energetica e la guerra in Ucraina hanno aggravato la situazione, ma tutti sono concordi nel ritenere che non spiegano ogni cosa. In questa serie di “Dibattiti sull’inflazione”, tre articoli prospettano pareri diversi sulle cause dell’aumento dei prezzi e su quello che si dovrebbe fare in proposito. Queste questioni non sono di pertinenza esclusiva degli economisti: sono importanti a livello politico. In un decennio cruciale per il futuro del mondo, spiegare e capire bene l’attuale ingarbugliata situazione economica non è mai stato così importante.

In questo articolo, Jonathan Marie e Virginie Monvoisin sostengono che sebbene l’idea che gli aumenti delle retribuzioni spingano i prezzi al rialzo sia un timore comune, l’elemento chiave dell’inflazione è la vulnerabilità dell’Europa nei confronti degli shock globali che, insieme alle basse retribuzioni, acutizzano la crisi del costo della vita.

L’inflazione è alta. Gli Stati Uniti hanno reso noto un tasso annuo dell’8 per cento nel mese di agosto del 2022, mentre l’Eurozona, nel settembre 2022, ha visto una media del 10. La media europea nasconde differenze significative tra gli stati membri. Il tasso francese del 6,2 per cento è il più basso dell’Eurozona, mentre nei Paesi Baltici l’inflazione è arrivata al 20 per cento. Di conseguenza, la Federal Reserve degli Stati Uniti e la Banca Centrale Europea stanno aumentando i tassi di interesse, accettando il rischio di maggiore disoccupazione pur di abbassare l’inflazione.

L’alta inflazione riduce il potere d’acquisto di chi percepisce redditi che non aumentano di pari passo con i prezzi. Comprenderne il meccanismo è di fondamentale importanza per calibrare risposte opportune; il ritorno dell’inflazione non ha cancellato la necessità di una transizione verde, servizi pubblici e riduzione delle disuguaglianze.

La “minaccia” dell’inflazione è lo spauracchio preferito degli economisti conservatori e neoliberali. Lesti a mettersi in moto per l’inflazione, considerano come questione centrale e primaria proteggere i risparmiatori e le grandi ricchezze, preparando quindi il terreno a politiche di austerità. Questa visione, però, fallisce nell’individuare le vere motivazioni dietro agli aumenti dei prezzi.

Non è stata la crescita degli stipendi a determinare l’attuale livello di inflazione, bensì l’eccessiva dipendenza dalla globalizzazione. Le rotture e i rallentamenti delle supply chains a causa della pandemia, la crisi energetica aggravata dalla guerra in Ucraina, le speculazioni su vasta scala e i prezzi in aumento delle spedizioni hanno provocato drastici aumenti di spesa per molte aziende. I rincari dei prezzi al dettaglio mostrano che questi costi ricadono poi sui consumatori, permettendo alle aziende di mantenere, o addirittura aumentare, i loro margini di profitto. Quando questi aumentano, automaticamente la quota degli stipendi si riduce. Nell’Eurozona, Eurostat calcola che nel 2023 il calo passerà dal 57,6 al 54,6 per cento del Pil, il livello più basso da quando è nato l’euro. Evitare che le retribuzioni nominali aumentino nel nome della battaglia contro l’inflazione significa accettare e incoraggiare questo trend. Le diminuzioni delle quote di salario sono sostenute da una serie di fattori: politiche economiche europee restrittive, coperture in calo dei sindacati dei lavoratori, vari effetti della competitività internazionale sui mercati del lavoro (leggi del lavoro più deboli, livelli più alti di disoccupazione, contratti a breve termine), e il prevalere di grandi multinazionali in taluni settori.

La lotta all’inflazione va a braccetto con la transizione verde

In una situazione di questo tipo, aumentare i tassi di interesse per combattere l’inflazione rischia di infliggere seri danni economici, riducendo l’attività economica e aumentando la disoccupazione. Occorrerebbe una recessione terribile per abbassare l’inflazione. Va detto che i governi stanno adottando provvedimenti d’emergenza per tenere a freno il costo della vita in aumento. Questi aiuti, tuttavia, sono del tutto insufficienti per i più vulnerabili. Spesso agevolano chiunque, senza ridurre le disuguaglianze e senza promuovere cambiamenti di comportamento (come si è visto nel caso dei sussidi per i carburanti). Inoltre, queste politiche basate sui sussidi non dureranno: gli appelli al rigore di budget avranno la meglio sulle misure eccezionali.

Si rende necessaria un’alternativa. Piuttosto che prendere di mira l’inflazione alla cieca, con politiche monetarie restrittive, dobbiamo rivedere la gerarchia degli obiettivi di politica economica. L’attuale crisi del costo della vita, che arriva nella scia di una crisi sanitaria che ha evidenziato l’importanza dei lavoratori in prima linea, segnala la necessità di riequilibrare la struttura dei salari. Infatti, l’inflazione non può essere compresa senza analizzare l’equilibrio dei poteri tra lavoratori e datori di lavoro. Quando gli equilibri sono sovvertiti a discapito dei lavoratori, i salari ricevono un valore aggiunto relativo inferiore rispetto al ritorno del capitale. È precisamente quello che accade in Europa fin dagli anni Ottanta. Gli effetti dannosi dell’inflazione sui salari reali possono dunque essere controbilanciati dall’indicizzazione – un meccanismo usato in passato da molti Paesi europei. L’indicizzazione si renderà quanto mai necessaria se l’inflazione persiste, soprattutto se consideriamo che la quota dei salari si sta contraendo da anni. Le grandi aziende, in particolare quelle che operano nel settore dei trasporti e dell’energia, si sono trovate nella posizione di trarre benefici dall’attuale inflazione. Stando così le cose, si dovrebbero attuare controlli dei prezzi dove è necessario e per tutto il tempo che sarà necessario, e si dovrebbero tassare maggiormente i profitti in eccesso. Andando avanti, le economie europee dovranno diventare meno vulnerabili agli shock globali, i veri motori trainanti dell’inflazione. Questo obiettivo richiede una minore dipendenza dalle importazioni – in particolare quelle energetiche – e maggiori investimenti nei trasporti, nell’innovazione e in agricoltura, così come politiche che sostengano il commercio. La lotta all’inflazione va a braccetto con la transizione verde. Abbassare i salari non è la risposta giusta.

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Un clima di perturbazioni

Green European Journal - Fri, 01/20/2023 - 05:13

Lo sconvolgimento che era previsto come conseguenza inevitabile del nostro regime di vita basato sull’accumulo è ormai una realtà. Oggi, a sembrare decadenti non sono soltanto la nostra politica e le nostre istituzioni, ma ogni aspetto della vita di tutti i giorni. Come possiamo vivere in un’epoca di molteplici forme sempre più intense di sconvolgimento? È possibile prospettare modi per convivere con tale disordine, mantenendo la libertà proprio quando sembra più che mai in pericolo?

Come ci appare la vita in questo periodo? Lo sconvolgimento – definito come “una rottura lacerante, uno scoppiare in pezzi, una separazione forzata” – sembra una costante. Prendere in considerazione un’epoca come questa ci permette di raccogliere ogni sorta di movimento ed emozione, includendole in quella che il critico culturale gallese Raymond Williams ha definito una struttura del sentire: “La cultura di un periodo… il risultato particolare della vita”. Queste strutture hanno il potere di mettere in risalto lo sviluppo storico, di definire quietamente come viene compreso e, in certa misura, di indirizzarlo.

Scrivendo nel 1983, Williams descrisse un “mondo molto meno fiducioso e molto più imprevedibile”, un mondo segnato dalle agitazioni degli anni Settanta e dei movimenti sociali, che rappresentavano una minaccia per l’ordine capitalista del fordismo. In una “età dell’incertezza”, quel disagio generalizzato si sarebbe dimostrato un terreno fertile per i fondamentalisti del mercato, a partire dal quale sconvolgere le economie nazionali per creare un nuovo ordine globalizzato.

Il Neoliberalismo della Terza Via, invece, emerge come il gallo del pollaio: scaltro, dinamico, slegato e fluido. I suoi fautori ascesero per affrontare la svolta del millennio con il compromesso del secolo, e la promessa di rifuggire dalle frizioni ideologiche a favore di una maturità tecnocratica. Evolvendo dalla sua originale forma combattiva nella brillante estetica degli anni Novanta, ha segnato, per dirla con le parole dell’economista politico Will Davies, “il disincanto della politica a opera dell’economia”.

Dalla crisi finanziaria passando per la Brexit, Trump, fino al capovolgimento dei partiti politici dell’establishment in tutta Europa, i terremoti istituzionali hanno caratterizzato il primo decennio del Duemila, delineando il lento degrado del neoliberalismo in… qualcosa di diverso. In ogni caso, però, lo sconvolgimento percepito non è uguale allo sconvolgimento vissuto. L’inflazione post pandemica ha portato alla ribalta del dibattito pubblico situazioni più intime, come la vita del nucleo familiare e del quotidiano. Adesso, le proteste, le politiche smantellate e gli impatti sul clima convergono tutti insieme, incidendo profondamente sulle nostre vite personali: la spesa settimanale, il pendolarismo, il pagamento delle bollette.

L’epoca degli shock

Si possono individuare tre diversi fronti nello sconvolgimento che stiamo vivendo. Il primo, e il più ovvio, è il caos provocato dall’aumento del costo della vita e dalla crisi energetica. In questo periodo, l’inflazione nell’Ue supera il 10 per cento, e i governi europei hanno stanziato 500 miliardi di euro nel tentativo di ammortizzare il duro impatto di bollette energetiche triplicate. È facile dimenticare che questi trend risalgono a prima dell’invasione russa dell’Ucraina. La loro presunta natura passeggera – un ritornello dei politici in carica in difficoltà, più che altro – è smentita da molteplici fattori.

Nella misura in cui l’inflazione è stata trainata dalla domanda post-pandemica, essa è il prodotto dell’espansione dei mercati in territori nuovi (il cosiddetto “spillover zoonotico”), nonché il risultato prevedibile di “ripercussioni dalla nostra relazione disarmonica con la natura”. Gli economisti hanno delineato tesi simili, facendo risalire l’inflazione indietro nel tempo a una serie di shock ambientali – dalla siccità estiva in Europa alle ondate di calore, alle alluvioni, al gelo e perfino alla piaga delle cavallette, i quali contribuiscono tutti insieme alla rottura delle catene di approvvigionamento e cumulativamente aumentano i prezzi in modalità diverse e imprevedibili. Soltanto una cosa è certa: al peggiorare dell’impatto climatico, l’instabilità macroeconomica diventa più probabile, e con essa ogni possibile micro-conseguenza che può derivarne.

Le proteste, le politiche smantellate e gli impatti sul clima convergono tutti insieme, incidendo profondamente sulle nostre vite personali.

Le politiche per il clima sono sempre state contestualizzate efficacemente come un tentativo di scongiurare con rigore questi shock ambientali, con tutte le conseguenze che ne derivano. Ma le strade più agevoli per la transizione e per dar vita alla resilienza sono state scartate ormai da tempo. Interventi statali più radicali, concepiti per lasciarci alle spalle per sempre i combustibili fossili e incentivare un cambiamento nei comportamenti, ormai sono diventati essi stessi una seconda forma di sconvolgimento. I recenti tentativi da parte del Vicecancelliere tedesco e ministro dell’Economia, Robert Habeck, di affrancare il Paese dalle importazioni di gas dalla Russia, incoraggiando al contempo i cittadini a ridurre drasticamente i loro consumi interni, hanno contribuito al revival di Alternative für Deutschland (AfD), il partito di estrema destra, e alle critiche che esso esprime da tempo alla transizione energetica di essere il progetto ideologico di un ambientalismo invadente. Si vanno moltiplicando le accuse di “dittatura climatica” e l’AfD sta ribadendo le preoccupazioni circa la prospettiva di un “Wutwinter” (inverno di rabbia). Le restrizioni dovute alla pandemia rappresentano un precedente importante in Germania come in Spagna, dove Vox, altro partito di estrema destra, inveisce contro “la dittatura progressista” del centrosinistra e “tutte le leggi che soffocano la libertà”.

La minaccia preannunciata dai gilet gialli francesi nel 2018 e nel 2019 resta dunque considerevole. In un contesto di disuguaglianza e di prolungate pressioni inflazionistiche, e in assenza di programmi miranti alla ridistribuzione e alle riforme, le politiche per il clima incontrano reazioni vigorose. Perfino gli interventi più moderati degli aumenti delle tasse per l’ingiustizia sistemica sono soggetti a ostilità. La riallocazione dello spazio stradale per incoraggiare chi va a piedi e in bicicletta, per esempio, si è accelerata di recente nelle principali città europee: dal sogno di Anne Hidalgo di un tragitto di soli 15 minuti a Parigi, alle “superilles” di Barcellona (super-isolati con incroci) e i Kiezblocks di Berlino. Il beneficio sociale portato da questi cambiamenti li rende assai popolari, ma lo sconvolgimento delle modalità abituali di consumo li trascina incontro a controversie, volte a difendere abitudini familiari e culturalmente pervasive in molte società. Nel Regno Unito, nessuna comunicazione positiva – “quartieri a basso traffico”, “strade pedonali” – è riuscita a scongiurare un’ondata di sconcerto e offesa in una minoranza di persone contrarie. Le obiezioni sono caratterizzate da un equivoco sul loro numero – queste iniziative, secondo la maggior parte dei sondaggi, non sono fastidiose per la maggioranza degli intervistati – ma anche dalla narrazione che trasforma una politica di incentivi ottimizzati per gli spostamenti in una negazione autoritaria dei diritti. Verrebbe infatti negato il diritto di guidare un motore a combustione interna in una città densamente abitata e congestionata.

Annelien De Djin, storica politica, ha messo in contrasto questo concetto di libertà – “poter fare quello che si vuole senza nessuna interferenza dello stato” – con il suo predecessore democratico, la “libertà degli antichi”, al cuore della quale vi sono l’autogoverno e l’estensione dell’emancipazione collettiva. In un tempo in cui da questo lato dell’Atlantico non esiste nessuna invocazione alla libertà che porti una carica politica simile, la devozione nei riguardi di questa concezione privata di libertà, al cui centro vi sono i diritti di proprietà, di fatto limita la capacità del “grande stato verde” di operare. Si calcola che i cambiamenti di comportamento avranno un impatto nel ridurre due terzi delle emissioni, giocando un ruolo cruciale verso il traguardo della soglia zero. Questo lascia i governi privi della volontà di interferire con i nostri modelli di consumo abituali, il “nostro tenore di vita imperiale”, e costretti a un’impossibile contraddizione.

La terza e ultima forma di sconvolgimento è la più calcolata: si tratta dell’interruzione deliberata delle condizioni di vita, perseguita da alcuni gruppi sociali a fini politici ed economici. Gli attori principali sono gli attivisti che si battono per il clima: un numero sempre maggiore di loro respinge la civiltà dell’ultimo decennio e procede con “intromissioni” sempre più creative. Parte del merito va a How to Blow Up a Pipeline di Andreas Malm, dove l’autore proponeva la necessità di un’azione incisiva di sabotaggio in un movimento caratterizzato da una lealtà quasi spirituale alla strategia della nonviolenza. Dallo scagliare del purè di patate contro un quadro di Monet a Potsdam a cementare le buche di un campo di golf durante un periodo di siccità a Tolosa, dal bloccare il traffico a Berna allo sgonfiare gli pneumatici dei Suv a Torino, l’attuale andata di attivismo è caratterizzata da un’esasperazione sempre più accentuata. Altri portano avanti attività legali ma sempre più antagonistiche, come quando il movimento Green New Deal Rising sommerge di critiche i politici durante dibattiti pubblici, sfoderando l’“autenticità giovanile” nella forma più pura, e costringendo chi è preso di mira, in filmati tremolanti, a “scegliere da che parte stare”. In questa dissociazione tattica del bersaglio dal pubblico vi è grande forza: la maggior parte di noi si identifica con gli automobilisti, perfino con le belle arti, ma pochi con i politici. Meno popolare è il soggetto, più a suo agio è il pubblico.

Tutti questi interventi restano disomogenei e scollegati, quantomeno per come sono percepiti collettivamente: azioni di un guazzabuglio di fomentatori malconsigliati. La reazione pubblica spesso varia dal punto di vista dell’emotività, dalla rabbia alle implicazioni morali di chi ferma il traffico (tu, automobilista, sei colpevole), alle profonde offese per le sensibilità culturali e liberali degli assalti (pressoché innocui) alle opere d’arte a partire dalla trita affermazione secondo cui l’agitazione in definitiva “compromette la causa” (spesso una scadente imitazione di empatia). Le reazioni online mostrano gli estremi. Minacce di folli violenze si accompagnano a promesse nichilistiche di bruciare domani altro carburante per ripicca: “masochisti travestiti da sadici” è l’espressione usata dallo scrittore e attivista Richard Seymour. Altri, in particolare i passanti, sono in genere più passivi, addirittura incuriositi in modo strano. Davanti ha luogo una scomoda presa di coscienza politica, in tempo reale. Nella misura in cui il messaggio dei “disturbatori del clima” è coerente con tale presa di coscienza, sembra essere in linea con il potente comando e grido di guerra fermamente populista suggerito da Davies: “Fermi, ci state uccidendo!”

Infine, si vanno intensificando in parallelo gli scioperi dei lavoratori in tutta Europa, in reazione diretta alla crisi del costo della vita, ma risoluti nel voler allargare le loro rivendicazioni aldilà delle dispute industriali di settore e della politica parlamentare e ad espandere le loro strutture di campagna e comunicazione. La campagna “Enough is Enough” (quando è troppo, è troppo), lanciata dai sindacati dei lavoratori nel Regno Unito, per esempio, è caratterizzata da un insieme di rivendicazioni che vanno aldilà dei salari, includendo la sicurezza alimentare, l’edilizia pubblica e le imposte sul patrimonio. Nel suo primo mese di attività, il movimento ha ottenuto il sostegno di un milione di persone firmatarie – segno della sfida che il movimento potrebbe rappresentare, insieme agli attivisti per il clima, per il Partito laburista, qualora adottasse politiche sempre più conservatrici. La svolta verso dispute industriali con una connotazione politica rivela un cardine strategico più ampio tra le parti della sinistra, lontano dal populismo del Green New Deal e verso un’attenzione rinnovata per strategie di antagonismo e di pressione. Il segretario generale del sindacato britannico dei ferrovieri, Mick Lunch, ha messo in scena una raffica di apparizioni sui media, intorno alla fine dell’estate, con ritornelli molto diretti come “i lavoratori non devono chiedere”. Si tratta di un’agitazione che deve essere intesa come democrazia di ultima istanza quando qualsiasi altra forma di esercizio e di intervento politico ed economico è vincolata o esaurita. I sindacati, tuttavia, trovano forza anche nella retorica: rifuggono dal moralismo e si occupano di interessi. Mentre gli attivisti per il clima non hanno gli stessi strumenti diretti dei sindacati, possono comunque imparare da loro.

Il potere dei consumi: una vuota consolazione

Attirare l’attenzione su queste recenti forme di agitazione e sulle conseguenze a livello personale non significa disinteressarsi dell’agitazione civica molto significativa dello scorso decennio. Non dovrebbe nemmeno portare a sottostimare l’enorme devastazione materiale provocata dalla crisi finanziaria e dall’ortodossia dell’austerità europea che ne seguì, dal deterioramento dei servizi pubblici alla stagnazione dei salari, e nemmeno le conseguenze del tutto personali della pandemia. La novità è costituita dall’imposizione dell’attuale agitazione socioeconomica – a livello generale – su quegli stessi diritti che, in teoria, si supponeva dovessero essere garantiti dal capitalismo neoliberale.

Per comprendere ciò dobbiamo riconoscere che per quanto l’analisi politica si preoccupa delle esperienze e dei movimenti degli “elettori”, la vera primaria soggettività nella società contemporanea resta quella del consumatore. In Hegemony Now i teorici politici Jeremy Gilbert e Alex Williams sostengono che l’alleanza politica che ha suffragato il neoliberalismo era tenuta assieme da un patto per il “consenso del consumatore”: in cambio della perdita della comunità, della democrazia sul posto di lavoro e di visioni di progresso sociale a lungo termine, i cittadini erano risarciti da nuove forme di libero arbitrio per ciò che concerne le scelte del tempo libero e dello stile di vita. Una chiara dimostrazione di ciò si ha oggi sotto forma di sforzi popolari volti a tradurre momenti economici determinanti, palesemente pubblici – come i budget di governo, gli scossoni finanziari, lanci di manifesti – in questioni private sulla base dei consumi. Questo non è un discorso soltanto individualizzato, bensì ridotto a materia di semplice potere d’acquisto (in francese lo si chiama pouvoir d’achat, usato come sostituto di costo della vita) che apre la strada a ripetuti impegni da parte della politica a conservare “i soldi nelle tue tasche”. Qualsiasi altra questione di potere e ricchezza e distribuzione può essere liquidata come eterea, riservata a una sfera pubblica distante. Analogamente, il mondo del lavoro non è postulato come il sito della relazione con i sistemi della produzione, né come l’organizzazione dei lavoratori al suo interno, ma come il posto di mediazione di quel banale e brutale appiattimento dell’esperienza umana che è “andare avanti con la vita”.

Interventi statali più radicali, concepiti per lasciarci alle spalle per sempre i combustibili fossili e incentivare un cambiamento nei comportamenti, ormai sono diventati essi stessi una nuova forma di sconvolgimento.

“Il consenso pubblico al programma neoliberale egemonico”, concludono Gilbert e Williams, “dipendeva dall’abilità di quella piattaforma economica di offrire un’espansione continua della capacità della cittadinanza di consumare”. Inoltre, rendeva i singoli individui complici per default, in grado di trarre benefici dal loro status relativamente alto e dai consumi, ma più o meno incapaci di sottrarsi all’onnipotenza della cultura dell’acquisizione e del consumo così come viene mostrata nella pubblicità, in televisione (oggi sui social media) e nella comunicazione politica. The Salvage Collective ha sostenuto che “la tragedia del lavoratore è che finché lavora per il capitalismo deve scavarsi la fossa da solo”. La doppia tragedia è che siamo tutti coinvolti in quest’opera di accumulazione: l’“antropocene” implica che, per ognuno di noi, questo è tutto.

Quella capacità di consumare comodamente e liberamente, unico residuo del privilegio dei cittadini sotto il neoliberalismo, ormai è messa in serio pericolo dalle forze distruttive degli impatti climatici, dalle lacerazioni politiche e dai dissidi sociali. Gli autoritari di estrema destra in Spagna, Svezia e Italia (unico Paese dell’Ue dove i salari si sono contratti dagli anni Novanta, il che significa che dovrebbe conoscere il marcio neoliberale meglio della maggior parte degli altri), hanno sfruttato la questione della sicurezza nelle recenti elezioni, promettendo in vario modo di porre fine all’immigrazione, di sconfiggere i “nemici della civiltà”, di aumentare i finanziamenti alle forze dell’ordine, e di difendere la “gente normale” e i valori tradizionali. Ma le economie europee assai probabilmente continueranno a scoprire come funziona in realtà il capitalismo nei cosiddetti mercati emergenti, malgrado i tentativi di isolare il “giardino” europeo dalla giungla che, secondo i diplomatici, lo circonda [1].

Un catalizzatore del cambiamento

Ciò che più conta, quindi, non è se sia in atto uno sconvolgimento, dato che è ormai certo che c’è e proseguirà. “Nel XXI secolo, tutta la politica è politica per il clima” ha scritto nel 2019 l’autorevole American Green New Dealers. Oggi, a pochi anni di distanza, è evidente anche lo spiacevole corollario: tutta la politica deve diventare anche politica dell’emergenza. Nel salvare tutto quello che ci è possibile salvare, le domande cruciali riguardano adesso come sarà percepito questo sconvolgimento, per quale scopo sarà fomentato e quali interessi saranno protetti.

Per i Verdi e la sinistra, operare in questo caos significa rifiutarsi di eludere questo antagonismo e questa ecologia ancor più divisiva. I partiti tradizionali – sia al governo sia all’opposizione – possono dare una copertura istituzionale considerevole alle forze dello sconvolgimento sia tramite la specializzazione sia con la giustificazione delle loro azioni, attestando una valutazione attenta del disperato caos ambientale ed economico con il quale sono alle prese, l’inadeguatezza di tattiche alternative più rispettabili e la ragionevolezza ultima delle loro richieste. Se avessimo agito quando la gente diceva che dovevamo agire, se il sistema fosse cambiato quando la gente diceva che avrebbe dovuto cambiare, non ci troveremmo al punto in cui siamo. Si possono condannare attività e obiettivi particolari a uno stesso tempo; in verità, la selettività stessa legittima il principio di alcuni movimenti di deliberata protesta. Come ha permesso di appurare una ricerca citata da Malm e da altri, anche una forte reazione negativa contro i manifestanti non danneggia necessariamente la causa; l’ala radicale recluta attivisti, “riempie” l’agenda e fa apparire più ragionevoli altri attori. Gli obiettivi scelti con attenzione (come prendere di mira le infrastrutture controcorrente e le emissioni dei beni di lusso, tenere conto dell’analisi di classe e razza, e fare evidenti concessioni ai gruppi più esposti) possono scindere l’opinione pubblica in modi politicamente produttivi, come provato da alcuni scioperi dei lavoratori risultati sorprendentemente popolari.

Un’altra strada percorribile consiste nell’enfatizzare “l’edonismo alternativo” di iterazioni più utopistiche del Green New Deal. Nuovi modi di vita per contrastare lo sconvolgimento e adattarvisi non richiedono declinismo, bensì quello che potremmo chiamare reclinismo. Più benessere pubblico, migliore tempo libero e ovviamente meno lavoro: questi possono essere i capisaldi risarcitori della decrescita materiale. Tenuto conto del ruolo dei consumi come libera scelta nella cultura neoliberale, le politiche ambientali che liberano e democratizzano assumono anche una potente attrattiva. I Verdi non hanno bisogno né di egemonia né di un “blocco storico” per iniziare a perorare questa causa: le iniziative locali come le superilles di Barcellona portano gli incroci delle strade non a essere delle semplici belle zone, ma ad essere spazi sociali e pubblici. La nostra crisi segue lo svuotamento delle istituzioni democratiche: e ne consegue che l’arbitrio e l’empowerment distribuito sono corollari importanti della giustizia economica, qualcosa che le visioni stato-centriche del Green New Deal consideravano debolezze.

Infine, i Verdi non dovrebbero trascurare il ruolo del volontariato civico come strada meno intrusiva per indurre un cambiamento nei comportamenti, pur senza addolcire le critiche verso le élite. Come ha dimostrato la pandemia, il senso di missione collettiva – finché si è potuto mantenerlo – ha consentito ai governi di fare affidamento sull’adesione dell’opinione pubblica a limitazioni ben lontane dalle dominanti aspettative libertarie. Ancora una volta, come Habeck sta scoprendo in Germania, chiedere con gentilezza non è esente da rischi politici. Alcune espressioni di “limitarianismo”, tuttavia, saranno di importanza fondamentale per qualsiasi programma eco-socialista, e, nelle giuste circostanze, potranno privilegiare la solidarietà rispetto all’attuazione.

“Fine del mondo, fine del mese”: queste due battaglie, un tempo contrapposte, adesso stanno convergendo. Restano ancora da raccontare le storie importanti di come siamo arrivati a questo punto, i motivi per cui ci sentiamo come ci sentiamo, e i modi che troveremo per uscire da questo disastro.

Traduzione Anna Bissanti- Voxeurop

Footnotes

[1] Osservazioni dell’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell, in un discorso tenuto il 13 ottobre 2022 all’Accademia diplomatica europea di Bruges, Belgio.

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How to build a better bike-share program

Grist - Fri, 01/20/2023 - 03:45

This story is part of the Cities + Solutions series, which chronicles surprising and inspiring climate initiatives in communities across the U.S. through stories of cities leading the way. For early access to the rest of the series, subscribe to the Looking Forward climate solutions newsletter.

Geoff Coats still remembers how he felt when, in May 2020, all 1,350 bicycles in New Orleans’s popular bike-share program vanished.

“It was horrible,” says Coats, who managed the service, called Blue Bikes, for its owner, Uber. “For a lot of people, it was a little bit of PTSD from Hurricane Katrina, when the national chains could have reopened weeks after the storm but stayed away. It felt like, once again, when we’re down, we get kicked.”

Blue Bikes, which New Orleans launched in 2017 to reduce emissions and offer reliable transportation to low-income residents, was flourishing before COVID shut down the city. It had recently converted all its pedal bikes to electric and was in the process of doubling its fleet. But Uber paused the program when the pandemic hit, then spun it off to the micromobility company Lime as part of its investment in that company. Lime wanted to bring electric scooters to New Orleans. The city wasn’t interested in scooters and eventually canceled the contract. Seemingly overnight, the bikes were gone.

Of the nearly 300 bike-share and scooter-share programs in North America, more than half are privately owned, a figure that is quickly growing. That leaves most micromobility programs vulnerable to market whims, a precarious position for a mode of transportation upon which many people depend. Lime’s departure could have been the end of bike sharing in New Orleans. Instead, Coats began devising a plan to bring it back. 

But this time, he decided, Blue Bikes would be run by the community it served.

* * *

The origins of New Orleans’s bike-share program date to the aftermath of Hurricane Katrina. As New Orleans began to imagine what rebuilding could look like, residents called for better transportation options. In a city of more than 375,000, about one in five New Orleanians does not own a car. Without reliable transit, getting anywhere — to work, the supermarket, a doctor’s appointment — is difficult.

New Orleans built its first bike lane in 2008. Within seven years, it had over 100 miles of lanes and trails, including Lafitte Greenway, a park connecting the French Quarter to other neighborhoods. As biking infrastructure grew, so did the community’s ambitions. “They started to say, ‘Hey, other cities are starting to do this thing called bike share,’” says Coats. “‘What if we could do that?’”

New Orleans’s first foray into bike sharing started promisingly enough: In 2016, the city signed a five-year agreement with Brooklyn-based bike-share outfit Social Bicycles (later renamed Jump) and hired Coats, an entrepreneur and lifelong cyclist, to manage the program. Blue Bikes launched in 2017 with 700 bicycles. But then, in 2018, came the first of two ownership changes as the program bounced from Jump to Uber to Lime. 

It felt like, once again, when we’re down, we get kicked.”

– Geoff Coats

Although New Orleans canceled its contract with Lime, it still wanted bike-sharing options. “The city was very committed to the original goals of providing affordable, equitable transportation,” says Dan Jatres, New Orleans’s infrastructure projects administrator. “So the conversation shifted to, ‘What is the next step?’”

As Coats packed up the warehouse and said goodbye to employees he had to lay off, he started making plans to revive Blue Bikes. He donated Jump’s bike stands and tools to local nonprofit Bike Easy, under the condition that it would return them if he managed to relaunch Blue Bikes. He secured financial support from the program’s original title sponsor, Blue Cross and Blue Shield of Louisiana, as well as the Greater New Orleans Foundation. Within three months, Coats and his sponsors were ready to approach the city.  

They proposed that Blue Bikes be run by a new nonprofit called Blue Krewe. The city would provide space for bike racks and waive permit fees. The two funders would provide the capital for startup costs, including a fleet of bicycles. The City Council unanimously agreed. By September 2021, residents were kicking their legs over 500 shiny new rides in neighborhoods throughout New Orleans. Since then, they’ve made more than 289,000 trips.

Cyclists in New Orleans take a spin on electric bicycles owned by the community-focused nonprofit bike-share program Blue Bikes. Courtesy of the Friends of Lafitte Greenway

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Jatres says switching to a nonprofit model has allowed New Orleans to build a bike-share program better aligned with the city’s goals of providing affordable, equitable transportation. “If you’re a private company, you ultimately have a profit motive,” he says. “And that’s not always in line with providing transportation in areas that have historically been underserved.”

Blue Bikes costs less to use now — just 15 cents per minute, or $25 a month for a membership. People who use Medicaid or SNAP benefits pay only $4. The program covers roughly the same area as before, but Blue Krewe has a review process to ensure bikes are distributed equitably. There is an emphasis on connecting people in less advantaged areas to their jobs downtown and in the French Quarter. 

Coats is especially proud that Blue Krewe has abandoned the gig-economy employment model and hired 20 full-time mechanics, technicians, and other employees who earn a living wage with health and retirement benefits. “We wanted to ensure that [transportation] equity wouldn’t be delivered on the backs of an inequitable labor model,” he says. 

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Patrick Urbine, Blue Krewe’s community engagement manager, says the nonprofit model lets him design programs people need, without worrying about whether his ideas are scalable across a multinational company. Blue Bikes offers 30-minute ride vouchers to people who attend fitness classes in Lafitte Greenway. It also covered rides to flu and COVID vaccine appointments, and is expanding a program that locates stations near health clinics in underserved areas. 

“One of the riders I chatted with lost 40 pounds because he was riding Blue Bikes every single day,” says Urbine. “It is proof that Blue Bikes are a form of affordable, healthy, and fun transportation for folks.”

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In December, New Orleans released its new climate action plan. It calls for half of trips within the city to be non-automotive by 2030. Blue Bikes will play an important role in reaching that goal — the plan calls for expanding its fleet from 800 to 2,000 bikes. 

Right now, the Blue Bikes fleet is about half as big as it was under Uber, underscoring one tradeoff that comes with eschewing corporate stewardship: Funding is harder to come by. “We’re doing more incremental growth at a pace that matches the financial realities,” says Jatres. “While that’s different from a private system, I think ultimately it will be more sustainable.”

The number of bike- and scooter-share programs in North America is rising. From 2020 to 2021, such programs grew by about one-third. As more cities embrace micromobility options, Coats believes New Orleans’s community-driven approach can serve as a model.

Launching such a program, he says, is easier than when he started in 2016. “Now there are people who will sell you bikes, there are people who have the management software, the apps.” To other places considering a nonprofit model, he recommends leveraging what those companies can provide and focusing on what they cannot: a genuine connection to the people being served. “You know your community better than anyone will.”

This story was originally published by Grist with the headline How to build a better bike-share program on Jan 20, 2023.

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In this Swedish bestseller, a young Sámi woman fights for survival

Grist - Fri, 01/20/2023 - 03:30

At the beginning of Ann-Helén Laestadius’ novel Stolen, nine-year old Elsa skis to her family’s reindeer corral in northern Sweden as the low winter sun sets. Elsa, who is Sámi and comes from a family of reindeer herders, relishes the freedom of skiing alone, and caring for the animals. Hoping to surprise her family by preparing feed bags early, she instead finds her favorite reindeer killed and mutilated and the killer still at the scene. In only a few pages, Laestadius brings readers into Elsa’s wonder-filled world where she is surrounded by family and nature, and shatters it as the killer drops a severed reindeer ear in the snow before zooming off on his snowmobile. 

Now translated into English by Rachel-Willson-Broyles, Stolen was a #1 paperback bestseller and won two national prizes in Sweden, where it was published in 2021 and is being turned into a Netflix film. From its early moments to Elsa’s decisive encounter with the man who killed her reindeer, Stolen grapples with trauma and racism directed at Sámi people. Bigotry infects nearly every part of Elsa’s life, from her job at a local school to her father’s Facebook page. At almost every conceivable level, the Sámi are let down by journalists, mental health providers, and law enforcement. But Laestadius has gone beyond crafting a thriller built around a coming of age story. She has neatly side-stepped clichés about Indigenous communities to reveal a loving portrait of a community fighting to survive, and the complexity of a multigenerational struggle seen through the eyes of a young Sámi woman.

Laestadius, who is Sámi and of Tornedalian descent, has crafted a cautionary tale on the power of listening. From the very beginning, we know exactly what the problem is, and who the main villains are, but Elsa spends almost the entirety of the book trying to get people to listen to her community about their reindeer, about climate change, and about racism. The title alone alludes to this, as Swedish police insist that the reindeer killings are simply theft and don’t merit serious investigation. 

JONATHAN NACKSTRAND/AFP via Getty Images

In Stolen‘s central conflict over reindeer, local officials rile up anti-Sámi sentiment, police are openly dismissive of Sámi concerns, and prejudicial laws limit the Sámi’s ability to seek justice for violence directed at them and their animals. Some of the gory details of bloody reindeer parts strewn across the snow may seem fantastical, but Laestadius has based Elsa’s story on real-life events: in 2020, after Sámi reindeer herders won a key court case that recognized their exclusive hunting and fishing rights on their land, they faced waves of racism, death threats, and the killing and dismembering of their animals. 

In this community, frustration is an inheritance. Some succumb, losing hope in the face of generations of neglect. Others, like Elsa, turn it into fuel. From Elsa’s grandparents who experienced state-mandated boarding schools where Sámi were forced to become Christian to the bullying her younger cousin faces at school, Laestadius shows us that in most ways, nothing has changed while the systems set up to provide support, fail. At one point, Elsa overhears her mother tell her grandmother, “If I have to take her to a counselor every time we find a dead reindeer, I’ll have to get a punch card.” A kind of gallows-humor to be sure, but in both Stolen, and the real world, most mental health providers don’t speak the Sámi language making therapy difficult, while providers are non-existent in Elsa’s rural, Sámi community.

As Elsa ages, Stolen explores how a young woman balances her Sámi identity. She has an apartment in town, but misses her home. She works part-time at the local school. One friend enthuses over getting married and decorating her new home. Another plans to become a lawyer. All the while Elsa devotes herself to defending reindeer, writing letters to the police, filing reports, and pursuing the man she encountered as a child. 

In a move that upsets some Sámi leaders, Elsa turns to the media, learning to use the colonial gaze to her advantage. In the aftermath of a particularly gruesome reindeer attack which garners widespread media attention, Elsa and a friend joke about how journalists characterize Sámi land as “lawless” and “wilderness”. When a reporter from the Sámi division of Sweden’s national radio station arrives to cover the story, Elsa is able to have a more nuanced conversation. But the audience that needs to be reached by that reporter is unlikely to listen to the Indigenous broadcast, leaving national audiences exposed only to non-Indigenous reporter’s stereotypes. 

When outsiders and tourists float through to buy Sámi goods and crafts at the annual winter market, they gawk at Elsa’s traditional Sámi gákti and take photos – moments of racism Indigenous readers will find all too familiar. Elsa is also faced with the most impossible of tasks throughout the book: stick to her traditions and be labeled as backwards and resistant to the modern world, or accept technology and “modern” conveniences making her instantly less Indigenous. Laestadius’ intricate depictions of moments in Indigenous life like these shine, but she is careful not to idealize Elsa or shame other characters. Simply being Indigenous is its own form of resistance. 

Stolen‘s kaleidoscopic view of racism and trauma is effective, but sometimes unbalanced. Robert, the killer from the opening pages who terrorizes Elsa throughout the book, is often drunk, lives in an unkempt home, and has a difficult relationship with his family. He is a compelling villain when seen through a traumatized nine-year old Elsa’s eyes, but as she grows up, he becomes an oversimplification of the pervasive nature of ant-Sámi racism. If the institutional racism faced by the Sámi reveals anything, it’s that social outcasts aren’t actually acting alone, and that a wider network of accomplices – united and organized through condescension, hatred or silence – enable their actions. 

A series of minor characters shows just how widespread this is. There’s Astrid, the school lunch lady who has been reprimanded for repeatedly using a racial slur. Years later, in the aftermath of another reindeer attack, Astrid is interviewed by a television news reporter and asked to provide her point of view on the incident, despite having almost no connection to the issue beyond having loud and racist opinions about Sámi people. Then there’s the restaurants and companies that buy illicit reindeer meat from Robert, a black market that pulls at the notion that Stolen‘s villain is simply a rogue operator. It also shows just how profitable racism can be. 

What Stolen may do best is make clear how hollow words ring when world leaders talk about protecting Indigenous land and people – a notion that echoes well beyond the pages of Elsa’s fictional story. If officials are not willing to provide basic human rights protections, how can they be expected to commit to global efforts to fight climate change? “They had raised the alarm, trying to get people outside the reindeer grazing grounds to understand — can’t you see what’s happening? We’ve known for a long time!” Elsa fumes as climate change intensifies its effects on her community.

Outside of Stolen‘s fictional pages, Elsa’s battle echoes in university research labs and United Nations meeting rooms. The Sámi’s traditional lands are located mostly in the Arctic Circle where global warming is happening four times faster than the rest of the world. In Sweden, extractive industries continue to threaten Sámi pastoralists, and in Norway, green energy wreaks havoc on traditional reindeer herding grounds. Perhaps Stolen‘s most reflective element is a clear understanding of how generations of Sámi have lived in harmony with their world, and how violence has worked at every level to unravel that knowledge and relationship. 

“Being Sámi meant carrying your history with you, to stand before that heavy burden as a child and choose to bear it or not. But how could you choose not to bear your family’s history and carry on your inheritance?” Elsa asks herself.

Laestadius makes it clear that Elsa and the real life Sámi activists will keep fighting, but that true responsibility rests with the rest of the world. In this way, Stolen is both a lesson and a warning.

This story was originally published by Grist with the headline In this Swedish bestseller, a young Sámi woman fights for survival on Jan 20, 2023.

Categories: H. Green News

The unexpected barrier preventing American small towns from accessing federal climate funds

Grist - Fri, 01/20/2023 - 03:15

The bipartisan infrastructure legislation that President Joe Biden signed in 2021 allocated more than $50 billion to make America’s roads, bridges, power lines, and other infrastructure more resilient to climate change. But much of that money comes with a catch. According to a new analysis, 60 percent of the law’s funding for projects that are designed to help communities prepare for climate disasters requires communities to pony up between 20 and 30 percent of the cost of a given project. This is known as a “local match,” a certain amount of money that a grantee is required to contribute to the overall costs of a project in order to qualify for a federal grant. 

The analysis — by Headwaters Economics, an independent research group that focuses on community development and land management — warns that local match requirements are putting rural communities in particular at a disadvantage. Many lack the resources to both apply for grant projects and also to sustain their portion of funding through the lifetime of a project. 

Yet many of these rural communities are on the front line of climate change. 

“They’re experiencing floods, they’re experiencing fires, and we see these events getting more and more extreme,” said Kristin Smith, a researcher at Headwaters Economics and the author of the analysis. “These are also the places that tend to have really small local governments.” Such communities are in a poor position to get the money together to invest in the projects they need to keep them safe. 

Local match requirements for federal resilience grants usually manifest as a fixed percentage of a project’s cost, without considering the size or wealth of a community. But critical climate resilience infrastructure projects are often more expensive in rural places than urban ones, since rural communities need larger-scale projects to cover a greater geographic area. With a smaller tax base to help cover the costs of these fixed-priced projects, rural governments find it difficult to secure the finances to cover grant requirements. 

A relatively new federal program called Building Resilient Infrastructure and Communities (BRIC) program, was launched in 2021 to support climate resilience projects that protect vulnerable communities from natural disasters. The bipartisan infrastructure law is providing $1 billion over five years for the program. At its conception, BRIC was touted by the Federal Emergency Management Agency as a more equity-focused program that would better assist disadvantaged communities. But an analysis of BRIC’s first year found that the projects that the program had selected for funding were heavily concentrated in wealthier, coastal regions of the country — in part, Headwater Economics argues, because of the local match requirement. BRIC prioritized applications from communities that could pay a higher match. “The intent was to incentivize local investments, but in practice the scoring rubric made it more difficult for smaller communities to compete,” Smith’s analysis found. 

Match requirements are just one factor that prevent rural and under-resourced communities from getting the climate resilience grants they need. A lack of expertise and access to professional grant writers can also contribute to rural communities’ failure to compete successfully for resilience grants against larger and better-resourced communities. These barriers have eroded rural trust in federal institutions.  

Some rural communities have opted out of the process of applying for grants altogether. But Smith sees hope in a new federal program that will provide direct technical assistance to local communities that need help with grant writing and project identification and design, as well as simply navigating the federal system.  

In the long term, Smith and her fellow researchers at Headwaters Economics have proposed bigger-picture solutions to the local match requirement. One proposal is to allow a wider variety of expenses, such as long-term maintenance costs, to count towards a local match, which would acknowledge that communities are already invested in the overall success of the project even if they lack the finances to pay upfront costs.

A second option would be for states to create specific funds to help local governments meet local match requirements. A number of states have already done so: Colorado has allocated $80 million of its general budget to help counties, municipalities, and federally recognized tribes pay for local matches. Texas has also created a fund specifically to provide matches for community flood projects.

Finally, getting rid of the local match requirement altogether may just be the most equitable solution. The local match “is something that is preventing rural communities from applying for federal funding,” said Smith. With an elimination of the local match requirement, as well as stratifying grant funds so that poor rural communities aren’t competing directly against larger, wealthier communities, Smith argues, “you’re making big strides to having a more equitable distribution.”

This story was originally published by Grist with the headline The unexpected barrier preventing American small towns from accessing federal climate funds on Jan 20, 2023.

Categories: H. Green News

A Los Angeles exhibit reverse-engineers Joan Didion’s writing

High Country News - Fri, 01/20/2023 - 01:00
‘What She Means’ attempts to re-create the Western writer’s world.
Categories: H. Green News

Here’s what it takes to build Alaska’s highways of ice

High Country News - Thu, 01/19/2023 - 23:00
Frozen rivers are vital transportation routes for communities outside the state’s traditional road system.
Categories: H. Green News

Book of the Dead: The Species Declared Extinct in 2022

The Revelator - Thu, 01/19/2023 - 05:00

Last July scientists in Texas announced some surprising news: They had rediscovered an oak tree species previously believed to be extinct. Until then the last known Quercus tardifolia tree was believed to have died more than a decade earlier. But lo and behold, one more tree was discovered in Big Bend National Park, meaning the species wasn’t extinct after all.

The rest of the news wasn’t as good: That lone tree isn’t doing so well. It’s been burned by fire and shows signs of a fungal infection. Scientists say it’s in need of “immediate conservation.”

This situation isn’t that atypical in the world of wildlife conservation, where species that have avoided extinction in the Anthropocene still need dramatic support. A recent study found that more than half of all known endangered species require targeted recovery efforts if they’re to avert “human-induced extinction.”

If that doesn’t happen, we’re going to lose more species — a lot of them. Despite rediscoveries like the oak tree in Texas, the world is still losing biodiversity at dangerously high rates. In 2022, scientists announced that they had given up efforts to find dozens of long-lost species, including two frogs, one of the world’s biggest fish, an orchid from Florida, a grass from New Hampshire and many others.

And those are just the ones we know about. Another 2022 study warned about the threat of “dark extinction,” the loss of species science has never even identified as having existed in the first place. By conservative estimates, millions of species are yet to be discovered, identified and named, and most are at risk of disappearing before that ever happens as humanity continues its relentless expansion. And if we don’t know they exist, we can’t do anything to save them.

So let’s take a moment to talk about the ones we do know that we’ve lost, to remember their names, to add them to the Book of the Dead, and to use their lessons to prevent others from suffering the same fate. We’ve compiled dozens of stories of extinction from the past year, including species that have been declared lost after many decades of looking, other species that have vanished from key ranges of their habitat, and others that are now extinct in the wild and exist only in captivity.

But before we get to those names, let’s take a lesson from the Endangered Species Act here in the United States — a law that turns 50 this year. Virtually every species that has been protected under the Act has had its extinction prevented. Some were added to the list too late, and they died out as a result. Many are still hanging on by a thread, but active conservation efforts are preventing them from disappearing any further. Many have recovered — most recently two plants from the Channel Islands — and more are likely to do so in the future. That is the ultimate lesson of the extinction crisis: It’s preventable if we work hard enough.

Chinese paddlefish (Psephurus gladius) — The declared extinction of this iconic fish shouldn’t come as a surprise to anyone. Last seen in 2003, these massive beasts — who reportedly reached up to 23 feet in length — were already on the decline due to overfishing and habitat degradation before the Gezhouba Dam was built in 1981. That dam cut off their migration route in the Yangtze River and doomed the species. People have been looking for them ever since but, given their gigantic stature and the fact that no one has spotted any in that time, the species was declared extinct this past year. As the only member of its genus, the Chinese paddlefish’s extinction represents the loss of an entire evolutionary line.

Yangtze sturgeon (Acipenser dabryanus) — An extinction in the making, or recovery on the cusp? Either of those could be the fate of the Yangtze sturgeon. No mature fish have been seen in the wild in years, and the species was declared extinct in the wild this year by the IUCN. Ongoing captive-propagation efforts have produced tens of thousands of young sturgeon, who are released annually into the Yangtze River, but so far that hasn’t paid off in terms of wild reproduction. The species initially declined due to a long list of threats, including overfishing, shipping, dams, pollution and other habitat degradations, and few of those dangers have faded. Those same threats affect all other sturgeon species: Two-thirds are now critically endangered.

Florida govenia (Govenia floridana) — This large orchid, native to Everglades National Park in Florida, was mistakenly identified as another species when it was first discovered in 1957. That delay in recognition probably doomed it. At the time of discovery, only 25 plants existed. Poaching probably quickly wiped them out before they could be protected. The IUCN declared the species extinct in 2022, decades after its last verified sighting in 1964.

Sharp-snouted day frog (Taudactylus acutirostris) — Gone in the blink of an eye. It took just five years for this once-common Australian amphibian species to decline and ultimately disappear, probably due to the deadly chytrid fungus, which is causing frog extinctions all around the world. Last seen in 1997, the day frog was declared extinct this past year following two decades of extensive searches.

Mountain mist frog (Litoria nyakalensis) — Another Australian frog, another probable victim of the chytrid fungus. This one was last seen in 1990, and extensive searches have failed to prove it still exists.

Photo: Denise Molmou via Kew Gardens

Saxicolella deniseae — Known from a single waterfall in the Republic of Guinea, this herb appears to have gone extinct after its only habitat was flooded during construction of a hydroelectric dam.

Raiatean ground partula snail (Partula navigatoria) and Garrett’s tree snail (P. garrettii) — These species from French Polynesia were nearly eaten into extinction by the notorious, carnivorous rosy wolf snail, an invasive species around the planet. The last live animals were found and brought into a captive-breeding program in the early 1990s. A reintroduction program began in 2016 at a site that (unfortunately) was later found to contain another predatory invasive species, the New Guinea flatworm. Pending the success of future reintroductions, these species have been assessed as extinct in the wild, joining other snails from French Polynesia in that purgatory-like category.

A jaguarini photographed in Belize in June 2022. Photo: © giana521 via iNaturalist (CC BY-NC)

Jaguarundi (Herpailurus yagouaroundi) in the United States — One of the major regional extinctions on this year’s list. The jaguarundi, a small feline, was last officially seen in the United States — the northernmost part of its range — in 1986. In 2022 a major 18-year study reported no evidence the species still exists in the country and declared it ripe for reintroduction efforts.

Beilschmiedia ningmingensis — This tree was last seen in China in 1935, in an area that has long since been converted to agriculture and plantations. China already considered it extinct; the IUCN added it to the list of extinct species this year after extensive recent surveys.

Coote’s tree snail (Partula cootei) — Last seen in French Polynesia in 1934, this snail probably disappeared slowly as it hybridized with another introduced species. Researchers assessed it as extinct in 2017, but the information wasn’t published or added to the IUCN Red List until this past year.

White-handed gibbon. Photo: Bernard Dupont (CC BY-SA 2.0)

White-handed gibbon (Hylobates lar) and northern white-cheeked gibbon (Nomascus leucogenys) — China formally declared both these primates extinct in the wild within their borders this past September, at least a decade after they were last seen in the country. Researchers blamed “human activities” (including hunting, deforestation and the pet trade) for their disappearance. Each species still exists in other countries in Southeast Asia, although the white-handed gibbon is endangered, and the northern white-cheeked gibbon is critically endangered.

Dugong (Dugong dugon) in China — These gentle manatee relatives, who are considered “vulnerable to extinction” through most of their range, have all but disappeared from China, another major extirpation for the country this year. A paper published in July declared dugongs “functionally extinct” in Chinese waters, meaning some of them still exist there but not enough to form a healthy population. This, according to researchers, represents “the first reported functional extinction of a large vertebrate in Chinese marine waters” and serves as a “sobering reminder” of the threats faced by other species.

Poecilobothrus majesticus — What little we know about this long-legged fly from the United Kingdom stems from a single male specimen collected on the Essex coast in 1907. Scientists didn’t taxonomically name it until 1976, and a 2018 report on UK flies of the Dolichopodidae family concluded that it was probably extinct, as “one would have expected them to have been encountered by now.” The IUCN added it to the Red List as extinct this past year.

Luciobarbus nasus — This fish was known from just a single river system in western Morocco, where it hasn’t been seen since 1874. Pollution from a nearby city may have done it in, but that remains unclear. Here’s the good news though: After years of scientific debate, this species has now been reclassified into four species, with three of them remaining in existence (and one of those endangered).

Chott el Djerid barbel (Luciobarbus antinorii) — When you use too much water, don’t expect fish to stay alive much longer. That’s what happened in Tunisia, where this rare fish disappeared sometime around the 1990s or 2000s. It was listed under the IUCN Red list as a data deficient for many years but was declared extinct in 2022.

Syzygium humblotii — This tree, a member of the myrtle family, hasn’t been seen in about 130 years. It grew in Mayotte, an overseas department of France located in the Indian Ocean between Madagascar and Mozambique, in an area that has since been degraded by farms, livestock and other nonnative species. Searches over the past three decades have failed to turn up signs of its existence, so this year the IUCN declared it extinct.

Kalanchoe fadeniorum — Relatives of this long-lost Kenyan plant are grown as houseplants around the world. This species isn’t as lucky. Known from just one site, it hasn’t been seen since 1977. The areas surrounding where it grew aren’t very well surveyed, so scientists are hedging their bets and calling it “extinct in the wild.”

Heenan’s cycad (Encephalartos heenanii) — Every member of this plant genus (commonly referred to as bread trees or bread palms) is endangered due to overcollection, sometimes for food, sometimes for traditional medicine, sometimes just to own them. Previously listed as critically endangered, Heenan’s cyad was reassessed as extinct in the wild in 2022 due to “persistent pressure from plant collectors.”

Giant Atlas barbel (Labeobarbus reinii) — Although this Moroccan fish was last seen in 2001, it was listed on the IUCN Red List as “vulnerable to extinction” for several years. Well, that prediction has come true: This year the IUCN declared it extinct. It was known from just one small stretch of river that suffered from pollution and runoff from a nearby city, as well as a dam that separated populations. These factors undoubtedly affected the fish, but the exact reason for its extinction remain unknown.

By Grahame Bowland, CC BY 3.0, Link

Abrolhos painted button-quail (Turnix varius scintillans) — This Australian bird subspecies is known from just three islands. Now it’s down to two. The population on North Island in the Houtman Abrolhos Archipelago has been “eaten out of house and home” by introduced invasive species, which degraded the habitat. Researchers spent nearly 13,000 nights camera trapping the island between 2018 and 2021 and concluded in a 2022 paper that the bird no longer exists there. The quail is considered one of the five Australian species most likely to face extinction in the coming years, so this extirpation represents a major blow for its conservation.

Cystophora — Not one extinction, but many? A 2022 paper declares several species of this algae genus “functionally extinct” along the coast of southern Australia. At least seven species are reportedly now absent from the warmest edges of their historical range. The causes of their decline and disappearance are not known, but the paper cites slightly likely impacts from “gradual warming, marine heatwaves and rapid urbanization.”

Smooth slender crabgrass (Digitaria filiformis var. laeviglumis) — Known from a single park in Manchester, New Hampshire, this rare plant was last seen in 1931. The New Hampshire Natural Heritage Bureau declared it extinct this past June. Other varieties of the crabgrass species still exist in neighboring New England states, but this version was unique and is now considered lost.

Mollinedia myriantha — This Brazilian tree has a sad history. It was discovered in 1992, then lost for 123 years. A sole individual tree was rediscovered in 2015, but fieldwork conducted in the following years found that the lonely tree had died. Researchers officially declared it “critically endangered, possibly extinct” this past year. The same paper warns that the genus faces a wide range of threats and many species remain unassessed, meaning they too could soon face extinction.

Dan Koehl, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

Irrawaddy dolphin (Orcaella brevirostris) in Cambodia — The last individual of this species in Cambodia was found dead on Feb. 15. It had been injured by being caught in fishing gear — it escaped, but only after receiving injuries that left it unable to hunt. Irrawaddy dolphins remain in other countries, but the species is endangered, and its loss in Cambodia represents a major population gone.

And 562 more? — Proving an extinction is never easy — it’s easier to see something than it is to not see something. But many species have gone unseen for decades, and while scientists still look for them every year, hope begins to dwindle after a time.

Is it time to give up hope for 562 lost species? That’s the question raised by a paper published this May, which examines long-unseen species listed on the IUCN Red List. It identifies 137 amphibians, 257 reptiles, 38 birds and 130 mammals that have not been seen for at least 50 years and asks if that half-century of no sightings means they’re extinct. Maybe, maybe not. We need to be prepared for that possibility, but the paper suggests this analysis actually provides something positive: a way to prioritize geographic “hotspots” where scientists can target their searches for long-lost species.

In other words, let’s find these lost species while there’s still time.

Previously in The Revelator:

The Lord God Bird and Dozens of Other Species Declared Extinct in 2021

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Categories: H. Green News

California’s next flood could destroy one of its most diverse cities. Will lawmakers try to save it?

Grist - Thu, 01/19/2023 - 03:45

In early 1862, a storm of biblical proportions struck California, dropping more than 120 inches of rain and snow on the state over two months. The entire state flooded, but nowhere was the deluge worse than in the Central Valley, a gash of fertile land that runs down the middle of the state between two mountain ranges. In the spring, as melting snow mixed with torrential rain, the valley transformed into “a perfect sea,” as one observer put it, vanishing beneath 30 feet of water that poured from the Sacramento and San Joaquin Rivers. People rowed through town streets on canoes. A quarter of all the cows in the state drowned. It took months for the water to drain out.

More than 150 years later, climate scientists say the state is due for a repeat of that massive storm. A growing body of research has found that global warming is increasing the likelihood of a monster storm that could inundate the Central Valley once again, causing what one study from UCLA and the National Atmospheric Center called “historically unprecedented surface runoff” in the region. Not only would this runoff destroy thousands of homes, it would also ravage a region that serves as the nation’s foremost agricultural breadbasket. The study found that global warming has already increased the likelihood of such a storm by 234 percent.

In the crosshairs of that storm is the Stockton metropolitan area, which sits at the mouth of the San Joaquin River. Stockton and its neighboring suburbs are home to almost 800,000 people, and they rank among the most diverse places in the country — as well as some of the most economically distressed places in California. Thanks to decades of disinvestment, the city’s only flood protection comes from decades-old, leak-prone levees. If a major rain event caused enough runoff to surge down the mountains and northward along the San Joaquin, it could burst through those levees, inundating the city and flooding tens of thousands of homes. One federal study found that much of Stockton would vanish beneath 10 to 12 feet of water, and floods in the lowest-lying areas could be twice as deep. The result would be a humanitarian disaster just as costly and as deadly as Hurricane Katrina.

The “atmospheric river” rainstorms that rolled into California from the Pacific Ocean this month have underscored the Golden State’s vulnerability to floods, but experts insist that the destruction of Stockton isn’t inevitable. As is the case in flood-prone communities across the country, local officials know how to manage water on the San Joaquin River, but they’ve struggled to obtain funding for Stockton and other disadvantaged cities along the waterway. Even as California lawmakers have plowed money into drought response in recent years, they’ve left flood measures by the wayside, and the federal government has also been slow to fund major improvements.

“Areas like Stockton that don’t have political clout … often get bypassed terms of consideration for funding,” said Mike Machado, a former California state senator who has long advocated for better flood management in the Central Valley. “Even if any funding is available, Stockton is usually at the bottom of the list.”

Even as Stockton’s infrastructure decays, the city’s flood risk is only increasing thanks to climate change, which will cause more severe rains in the San Joaquin Valley and further stress the city’s levees. The city has grown at a rapid pace over the past two decades, but state and local officials have been more focused on protecting local agricultural irrigators from drought than on protecting the city’s residents from flooding. When the next big storm hits, it is Stockton’s communities of color, which make up more than 80 percent of the city’s population, that will see the worst of the damage. 

“We are at the bottom of the bowl,” said Barbara Barrigan-Parrilla, the executive director of Restore the Delta, a Stockton-based environmental nonprofit. “We’re the drain. And they don’t value us.”

Barbara Barrigan-Parrilla, executive director of the Stockton-based community organization Restore the Delta, stands next to a flooded creek following a recent rainstorm. Gabriela Aoun / Grist

The Central Valley’s flood protection system has never been equal. During the nineteenth and early twentieth centuries, farmers and ranchers constructed a hodgepodge of levees along rivers like the San Joaquin, piling sand only high enough so that water would flood someone else’s land rather than their own. The levees were owned and maintained by local districts, rather than any centralized governing body, so wealthier areas ended up with stronger defenses.

As the region’s flood protection system expanded, the San Joaquin region fell behind. To protect the state capital of Sacramento in the 1920s, the federal Army Corps of Engineers built a diversion system called the Yolo Bypass that funnels water away from the city, but Stockton never saw any similar investment. Local authorities couldn’t raise as much money to bolster levees as their counterparts around Sacramento, and money from the state and the federal government never filled the gap. 

This is in part because lawmakers have overlooked Stockton’s vulnerable populations, according to Jane Dolan, president of the Central Valley Flood Protection Board, a state agency that oversees flood management. But Dolan says the disparity also exists because leaders along the San Joaquin River have long tended to focus more on securing water for agricultural irrigation than on managing the rivers, which has made it hard to secure momentum for big flood improvements.

“They don’t have that consensus about managing floodwaters and allowing space for the river,” she told Grist. “Politicians from city councils to Congress are all focused on water supply.”

Not only does the San Joaquin have the shoddiest flood protection infrastructure, but it also faces the greatest degree of risk from climate-fueled storms. Both the UCLA study and a separate study by Dolan’s organization found that warmer climates will increase runoff in the San Joaquin watershed by more than they will in the Sacramento watershed — in large part because higher temperatures will cause what used to be snow to fall as rain instead. Furthermore, Stockton faces flood risk from all sides: Not only does the San Joaquin River flood during rain events, but the Calaveras River on the city’s north side does as well. Water from the Pacific Ocean could even flood the city from the west during high tides as it pushes across a long flat expanse known as the Delta.

Stockton faces extreme flood risk from the San Joaquin River, which drains through the Central Valley toward the Pacific Ocean. The city’s only flood protection comes from decades-old levees. Grist

“The San Joaquin Valley is the most vulnerable to intense floods, because the climate science is clear that there will be less snow there, and more rain,” said Dolan. The river’s levee system was designed for a long snowmelt, not an all-at-once deluge, she added, which means that bigger atmospheric river storms are all but certain to overwhelm it.

Despite this risk, Stockton has expanded rapidly over the past few decades. Not only has the city grown into a hub for the valley’s all-important agricultural industry, its relatively cheap land and proximity to the populous San Francisco Bay Area has made it a boom site for new warehouses and packing facilities owned by companies like Amazon. During the last housing boom, developers built subdivision after subdivision along the San Joaquin River to house new arrivals, relying on the decades-old levees to protect them. 

As it has grown, Stockton has become one of the most diverse cities in the country, with substantial Mexican, Filipino, Chinese, Cambodian, and African American communities. Many of these have poverty rates that are much higher than the state average, and they also face severe environmental justice risks: The neighborhoods of southwest Stockton are surrounded by freeways, factories, and port infrastructure, making them among the most exposed in the state to soot and diesel pollution.

“Because of redlining and historical discrimination, we have a lot of people of color, and people are at the lower end of the socioeconomic scale, right behind these levees,” said Barrigan-Parrilla.

Mary Gómez is a 50-year resident of the Conway Houses, a low-income housing development on the south side of Stockton. The development sits just feet from the Walker Slough, a small waterway that drains off the San Joaquin River. Gómez, 70, told Grist that she worries about flooding from the river frequently and feels the area doesn’t get enough attention from city officials.

“It’s because they think we’re ghetto,” she said. “We are worried, because what if it floods [upstream] and we don’t hear about it, and they don’t tell us? Who’s gonna come and help us, or get us out? There’s so many of us that don’t have cars, that have kids.”

Gómez said she also worries about whether the neighborhood’s elderly and disabled could get out in time. The last time it came close to flooding, she said, her neighbors told her that she should protect her house with sandbags.

Mary Gómez, a resident of the Conway Homes development in south Stockton. The community faces severe flood risk from the San Joaquin River. Gabriela Aoun / Grist

For decades, local officials have tried to secure state and federal money for flood protection projects, but progress has been slow as the risk has only increased. Way back in 1995, when the federal government was weighing whether to deem the levees in north and central Stockton inadequate, the area’s flood control authority had to self-finance levee improvements through tax assessments on local property owners — a costly proposition in a relatively low-income area with a meager tax base.

“We have a severely disadvantaged community,” said Chris Elias, director of the San Joaquin Area Flood Control Agency, the authority that manages the region’s levees. “We cannot impose too much burden on them — they’ve borne too much burden already. So we explore those other funding avenues. But just like everything else, we are competing with a whole bunch of other priorities that the state has.” 

The state has passed a number of bond measures over the years to fund flood improvements, but local officials say Stockton hasn’t received a fair share of that money. For every five dollars spent in Sacramento, Elias said, Stockton has seen only one dollar of spending. He said that’s in part because the state money went to projects that were already “shovel-ready,” and Stockton-area officials lacked the resources to design projects and apply for grants.

Federal help has also been hard to come by. In 2010 the Army Corps of Engineers finally decreed that many of Stockton’s levees were inadequate and that much of the city was vulnerable to massive flooding. The agency spent the next seven years studying the problem, but in the end it proposed only a partial solution. While the Corps agreed to pursue a $1.3 billion suite of levee repair projects in north and central Stockton, it punted on a proposal to bolster the levees in south Stockton and two nearby suburbs — the parts of the area that faced the greatest economic hardship and the greatest exposure to flooding on the San Joaquin. The agency’s argument was that repairing levees in those areas would encourage new development, thus increasing the risk. It has since agreed to revisit that decision, but in the meantime tens of thousands residents in the area are still just as vulnerable to flooding as they were a decade ago.

In response to questions from Grist, a spokesperson from the Corps’s Sacramento district said that the agency had been constrained by an executive order that limits federal investment in flood-prone areas.

“Deferring decisions regarding the area to the south of Stockton … allowed [the Corps] and its state and local partners to prevent further delays in gaining congressional authorization to protect Stockton from catastrophic flooding,” said the spokesperson. He added that the agency plans to “reexamine federal interest in the [area] and identify potential flood risk management and ecosystem restoration opportunities.… However, the outcomes of that study are not yet determined.”

A levee stands in front of the Weston Ranch development on the south side of Stockton, California. Gabriela Aoun / Grist

Another problem is that levees alone aren’t sufficient as a flood management strategy. No matter how high you build a levee, a future flood can always overtop it, and the consequences when a levee breaks are often worse than they would have been if the levee hadn’t been there in the first place, as was demonstrated in New Orleans after Katrina. Many local officials believe that, instead of just building more levees, the state should give flood waters another place to go by creating natural floodplains out of conserved land. That’s what the state did near Sacramento with the Yolo Bypass.

“You can build a levee stronger and better, but it’s still vulnerable to breaking,” said John Cain, director of conservation at River Partners, a nonprofit that advocates for such floodplain restoration projects. “If you want to have more resiliency in the system, you literally need more room.” 

Cain’s organization has put this approach to the test about 20 miles upstream on the San Joaquin by purchasing unused land and converting it into a natural floodplain. During big rain events, water flowing downstream on the river can spill onto the reserved land instead of flowing toward Stockton, taking pressure off the city’s levees. Officials in Stockton have been trying to replicate this strategy closer to the city by creating a wide flood bypass called Paradise Cut on reserved farmland. The project would reduce the depth of potential flooding in the Stockton area by as much as two feet, but the Army Corps rejected that project back in 2018 as well, questioning whether it would pass a cost-benefit analysis.

Former California state senator Mike Machado at his farm in Linden, California. Machado has pushed for decades to secure increased flood protection for the Central Valley. Gabriela Aoun / Grist

Meanwhile, state funding for flood management has all but dried up even as lawmakers plow billions into drought relief, leaving Stockton dependent on the slow-moving Army Corps of Engineers for project money. Governor Gavin Newsom’s proposed budget for the coming year proposes to spend just $135 million on flood management, less than a third of what Dolan’s organization says the state should be spending every year. The proposed budget also seeks to claw back $40 million that was allocated in last year’s budget for floodplain restoration along the San Joaquin River.

Newsom’s office did not respond to a request for comment in time for publication.

Machado, the former state senator, hopes this month’s storms will bring some attention to flood risk in the state, but he’s not sure the attention will translate into new spending.

“After a flood, the holes get plugged, the sun comes out, and they forget,” he told Grist. “All of a sudden you’re in a drought period, or an extended period with no imminent threat of a flood, and it becomes a backburner issue.”

Gabriela Aoun contributed reporting to this story.

This story was originally published by Grist with the headline California’s next flood could destroy one of its most diverse cities. Will lawmakers try to save it? on Jan 19, 2023.

Categories: H. Green News

How vulnerable is Wall Street to climate change? The Fed wants to find out.

Grist - Thu, 01/19/2023 - 03:30

Regulators have long known that climate change poses a threat to the U.S. financial system. Major disasters like hurricanes and wildfires can wipe out buildings and crops, causing losses for the banks that make loans against these assets. Even efforts to take on climate change could cause problems: A rapid, widespread shift to renewable power could send shock waves through financial markets as stocks and bonds tied to fossil fuel companies fall, hurting the bottom line of banks, insurers, and other institutions tied to them. 

Now the Federal Reserve, which is tasked with overseeing the country’s financial system, is trying to figure out just how vulnerable big banks are to this kind of upheaval. The Fed on Tuesday released new details about a climate risk analysis it is asking six major U.S. banks to conduct, offering a peek at the worst-case climate events that financial regulators are worrying about. 

Banks often use stress tests like these to assess risks in their portfolio, and since the financial crisis the Fed has required large banks to ensure that they can withstand sudden financial shocks, but this is the first time that the U.S. government has asked major banks to account for their exposure to climate change. The results of the so-called “pilot climate scenario analysis exercise” will offer new insight into whether these banks could survive major climate shocks, and could also help inform new regulations such as the ones that followed the 2008 financial crisis.

The banks that will participate are some of the largest and most diversified in the country: Bank of America, Citigroup, Wells Fargo, JPMorgan Chase, Goldman Sachs, and Morgan Stanley. This batch controls about half of the banking market in the United States as measured by total deposits, and also manages billions of dollars for investors and pensions. The Fed’s exercise asks these banks to consider two major types of climate danger: the “physical risk” of natural disasters and the “transition risk” of a movement away from fossil fuels.

In the first part of the exercise, banks will assess how their portfolios would fare if one or more major hurricanes struck the Northeast, a “region in which all participants have material commercial and residential real estate exposures.” The Fed wants banks to pay particular attention to their real estate portfolios: how many residential and commercial loans would fall through, and how much money would it cost the banks if that happened?

In the second, the Fed will look at how their investments and loans would perform during a rapid energy transition to net zero emissions by 2050. If the world’s nations did come together and decarbonize on that timeline, it’s likely that major oil companies and other carbon-intensive companies would see severe losses. Rating agencies like Standard & Poor’s might downgrade their credit, making it harder for them to borrow their way out of trouble, which in turn would cause losses for the banks that finance and insure them.

Many large financial institutions still provide large loans and underwriting services for fossil fuel producers. A new report from the advocacy group Reclaim Finance found that even banks that have signed a prominent global net-zero pledge have provided a combined $269 billion in financing for fossil-fuel companies over recent years. Five of the Fed’s six participating banks are named in the report as top fossil-fuel financiers — all except Goldman Sachs.

Yevgeny Shrago, policy director for the climate program at Public Citizen, the consumer advocacy group, said the Fed’s exercise is a welcome start, but it doesn’t go far enough. 

“It’s not even a fire drill,” Shrago told Grist. “It’s like looking at the map of a building and being like, do we have enough exits?” The exercise focuses on how climate change could affect banks’ balance sheets, Shrago said, but it doesn’t consider how losses at those banks could lead to broader financial turmoil for small banks, insurers, pensions, and ordinary people. 

The Federal Reserve is independent from the Biden administration, but the bank’s announcement comes on the heels of other regulatory actions. The Securities and Exchange Commission is in the middle of finalizing a rule that would require publicly-traded companies to disclose their greenhouse gas emissions, and the Treasury is seeking information from major insurers about how climate change could affect their business. 

The Federal Reserve has asked banks to submit their responses by the end of July, and plans to make the results of the study public later this year.

This story was originally published by Grist with the headline How vulnerable is Wall Street to climate change? The Fed wants to find out. on Jan 19, 2023.

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‘Alcarras’ review: In a new Spanish film, solar power threatens a family farm

Grist - Thu, 01/19/2023 - 03:15

The film Alcarràs opens with three young children playing in a decrepit sedan abandoned in an open field in the Catalan countryside, the car offering them shelter from the hot summer sun. So when a crew of construction workers comes to tow the junker away, the outraged children run home to share their misfortune with their parents, only to be quickly rebuffed. The adults, after all, have more important matters to deal with, namely the encroachment of a solar panel development on their peach farm. But the themes introduced in that first scene — transition, ownership, and the unintended consequences of “progress” — continue to haunt the characters throughout this strikingly beautiful film.

Alcarràs follows the Solé family, who have been working the same plot of land for generations. The property, however, is technically not theirs: It was gifted to them long ago by word of mouth. Without a legal document to prove their ownership, the peach orchards will be torn down by the end of the summer — and with them the only way of life that the family has ever known.

The film, which won the Golden Bear award at the Berlinale and was selected to be Spain’s 2023 Academy Awards submission, has the organic, unhurried quality for which director Carla Simón is known. Like her 2017 debut feature Summer, 1993, it is set in the Catalan region of Spain where she was raised and is powered by a particular sense of local knowledge, an understanding of both the pleasures and anxieties of rural life. 

Played by a cast of non-professional actors, many of them from local farming families themselves, the film’s unvarnished style closely resembles that of a documentary, transporting the audience into the fields right alongside the characters. The result is so compelling you can almost smell the fruit and the yellow earth of the doomed peach orchard. This naturalistic storytelling approach offers a refreshing perspective on small-scale farm life at a time when the internet is brimming with idealized photos of sun-drenched solar developments promising a clean energy future. 

At just around two hours, Alcarràs does not follow a straightforward narrative, which can make some scenes feel redundant, but there is something to appreciate in the way the film’s pacing mirrors agrarian life. At times, it passes slowly, with each day built around the rise and fall of the sun and the unrelenting task of picking the harvest. 

Despite the painful uncertainty of what lies beyond those long days of field work, the film achieves a sort of levity, buoyed by the games of children and small moments of tenderness: the father, Quimet, drunkenly laughing at his sister for claiming to have spotted a UFO, the young cousins putting on a musical number at home, the teenage son and daughter playing a prank on the landowner who plans to tear down the farm. 

The family observes the solar panel development in Alcarràs. Courtesy of Alcarràs

Although Alcarràs is much more about loss and unwelcome change than the actual clean energy transition, Simón reminds us that things aren’t always so rosy for the people living on the front lines of alternative energy development. As the film progresses, solar panels begin to appear on the border of the family farm, contrasting with the lush, green rows of peach trees. In one particularly memorable shot, the grandfather pauses on a night stroll to gaze at the moonlight pooling on the surface of a hulking panel. 

Simón does not linger on the significance of renewable energy as the force of change in the family’s life: Solar is just a new way of making money, of extracting more profit from the land. Nonetheless, the fictional film prompts consideration of how the renewable energy industry’s demand for vast open spaces is destabilizing small-scale farmers in the real world.

The rapid industrialization of agriculture over the past several decades has seen the decline of family farming globally, particularly in countries such as the U.S., the U.K., and Brazil. According to the International Labor Organization, the percentage of the global population that works in agriculture declined from 44 to 26 percent between 1991 and 2020, a trend that has coincided with massive demographic shifts to population centers. Today, cities are home to 70 percent of the world’s population, and that share is only expected to grow. 

While it remains to be seen how much the transition to renewable energy will influence these trends, the story in Alcarràs focuses on the challenges associated with life in those shrinking rural communities. It reflects a conflict that is beginning to play out across the globe, as governments incentivize alternative forms of energy. Clean energy production will require far more land than fossil fuels, at least ten times more per unit of power according to one estimate. Since those renewable resources tend to be concentrated in remote areas, rural communities are disproportionately impacted by the growing industry. 

While some farmers have sought to profit from large-scale solar and wind projects, others are beginning to push back. Last spring, for example, residents in rural Ohio protested a proposed solar project which would cover more than 1,800 acres of prime farmland. Small-scale farmers in upstate New York that lease their land from larger landowners have argued that they will be pushed out by energy companies who can afford to pay more per parcel of land. In Chile’s Atacama desert, local farmers are struggling with water shortages precipitated by lithium mining, an industry that will be vital for producing batteries to power electric vehicles.

In Catalonia, the threat of alternative energy is less direct. A recurring theme in Alcarràs is the weekly protests over federal wholesale pricing measures that diminish profits for farmers in the village. It’s an issue that is playing out in real towns; Simón met the man who plays Quimet, Jordi Pujol Dolcet, at one such protest. Consistently low prices are making small-scale agriculture less economically viable, forcing many Catalan farmers to sell their land or pursue other forms of profit. 

While solar panels could offer some of these farmers a new path to eke out a living, Simón’s script makes clear that it is not the livelihood that many of them truly desire. To the characters in the film, the farm that will be razed at the end of the summer is more than a piece of land; it is a broker of their relationships with one another. If the story levies a critique against any system, it’s the engine of capitalism, which incentivizes the endless consumption of resources at the expense of communities at the points of extraction. 

In its best moments, Alcarràs gives viewers a deep sense of what it’s like to inhabit this family’s world in the moment before it changes irreparably, an appreciation for the immensity of what is to be lost. 

This story was originally published by Grist with the headline ‘Alcarras’ review: In a new Spanish film, solar power threatens a family farm on Jan 19, 2023.

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